martedì 28 gennaio 2014

Conoscere Laing ha il suo perché

La massima ambizione degli uomini è sempre stata  quella di segnare il proprio tempo: ma si tratta quantomeno di una pia illusione. La fama deriva più dal dare una risposta corretta ad una domanda sbagliata quanto impellente che dal fornire una ricetta giusta a coloro che non l’hanno richiesta: la grandezza degli spiriti sommi si misura più col metro del fiuto e del tempismo che con quello della sapienza e della potenza, a maggior ragione quando legano la loro immortalità alle fluttuanti idee ed alle cristalline coscienze più che alle statiche opere ed alle opache abitudini. Nell’esplicitare la funzione di questa genia attraverso una similitudine, Socrate li paragonerebbe ai tafani: e il movimento antipsichiatrico, che si componeva di una miriade di questi fastidiosi ma efficaci insetti, ronzerà nel bene e nel male intorno alle punzecchiature di uno solo.
Ronald David Laing nacque nel 1927 a Glasgow in una famiglia povera di mezzi, formandosi in un contesto affettivo che riecheggiava la desolazione delle gelide brughiere scozzesi e che sarà la causa della profonda depressione che lo accompagnerà per tutta la vita. L’unica possibilità di evasione concessa al giovane Ronald erano i libri, ed egli vi ricorreva sistematicamente cercandovi le risposte alle sue angoscianti domande interiori: la Bibbia, la letteratura antica e contemporanea ma soprattutto i classici della filosofia erano facilmente divorati ed ancor più agevolmente digeriti da questo bibliofilo che vi saccheggiava sistematicamente  gli elementi che più si confacevano al suo spirito: Kant lo conquistò per l’illuminante distinzione tra fenomeno e noumeno; Hegel lo colpì rivelandogli l’intima unità di dato e costruito nella conoscenza della realtà; a Nietzsche tributò un’eterna ammirazione sia per la sua “capacità di scorgere il duplice funzionamento dei sistemi di valori” che per averlo salvato dal fascino ipnotico di Freud, nei confronti del quale proverà per tutta la vita un sentimento di amore misto a diffidenza. Ma colui che doveva lasciare un segno permanente nella sua concezione dell’uomo e della scienza fu Hume, che prima ancora di introdurlo ad un’originale concezione della mente individuale nei suoi rapporti col mondo gli infuse un radicale rispetto per ogni fenomeno mentale, anche il più aberrante o evanescente, e l’obbligo di renderne conto.
La scelta di studiare medicina fu il frutto di un compromesso tra l’ incontenibile ambizione di Ronald  “di studiare i segreti rituali della nascita e della morte” e la volontà della famiglia che spingeva per la scelta di un corso di studio che garantisse degli sbocchi concreti, non riuscendo forse neanche ad immaginare che il loro figliolo sarebbe riuscito a far parlare di sé  maneggiando sapientemente la penna più che il pezzo di carta. Il primo impatto di Laing con la medicina fu problematico (durante il corso di fisiologia rimase sconvolto dalla vivisezione di alcune rane)   portandolo a quella diffidenza nei confronti del metodo scientifico che sarà il bersaglio ricorrente delle sue invettive. Laureatosi nel 1951, l’unico modo per sfuggire alla “demenza medico-chirurgica dilagante” era quello di abbandonare la neurologia e l’embriologia (la sua grande passione) per specializzarsi in psichiatria, cosa che prontamente fece. E’ difficile dire da cosa derivasse la convinzione di Laing che lo studio delle malattie mentali fosse il terreno adatto per sperimentare la validità delle sue confuse idee: non risulta che fosse al corrente degli smottamenti teorici che la scienza psichiatrica stava iniziando a registrare né pare conoscesse le interpretazioni medico-filosofiche della follia da parte degli esponenti della corrente fenomenologico - esistenziale (o forse le conosceva ma ne aveva tratto una pessima impressione: molti anni dopo criticherà Jaspers per aver definito la schizofrenia come un vissuto incomprensibile  da consegnare senza remore all’abbraccio della camicia di forza, avanzando una curiosa ipotesi sulle cause di questa idiosincrasia: “se uno psichiatra dovesse pensare di pensare e sentire più o meno come quelle persone per cui ha formulato la diagnosi di psicosi, ciò non significherebbe che esse non sono psicotiche, ma che egli stesso è psicotico”).
Dopo il servizio militare Laing lavorò in un ospedale psichiatrico di Glasgow dove ebbe l’opportunità di rafforzare l’idea che si era fatto durante gli studi universitari: il trattamento tradizionale, freddo e cinico nei confronti di pazienti già sufficientemente spersonalizzati, era un errore prima ancora che un delitto per il semplice motivo che una terapia inumana non può che accentuare lo stato di de-realtà in cui si trova immerso lo schizofrenico. Anni dopo racconterà con la pungente ironia che lo contraddistingueva un episodio che la diceva lunga  sulla prassi psichiatrica dell’epoca:

Jimmy McKenzie era un maledetto scocciatore, perché se ne andava in giro gridando dietro le sue voci. Ovviamente potevamo udire la conversazione da un lato solo, ma ci si poteva fare un’idea generale, per lo meno da espressioni come: “Andate a farvi fottere, sudici bastardi…”.
Fu deciso di alleviare al contempo le sue e le nostre sofferenze facendogli il favore di una lobotomia. Si notò un miglioramento delle sue condizioni. Dopo l’operazione non andava più in giro urlando ingiurie contro le sue voci, ma “Che cosa? Ripetete! Parlate forte, maledetti, non riesco a sentirvi!”.

Stufo di questa situazione, il giovane psichiatra si fece anima e coraggio e con caparbietà tipicamente scozzese riuscì a convincere i suoi riluttanti superiori ad affidargli dodici donne particolarmente indocili tra quelle ritenute incurabili. Il trattamento cui sarebbero state soggette consisteva nella sospensione immediata delle cure tradizionali (docce gelate, elettroshock e persino psicofarmaci) e nel soggiorno diurno in una stanza appartata: lo scopo dell’esperimento era quello di verificare se un approccio umano riuscisse a scuotere le poverette dal loro torpore.

... To be continued ...

 Articolo di Sauro Frangiflutti


Mi dicono che
La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come  lo è la ragione. 
Franco BasagliaChe cos'é la Psichiatria,1967


mercoledì 15 gennaio 2014

Fuoco doloso a Pagliarone

 Oggi 15-01-2014, Ore 20:45 al Parco Verdiano ( S.S. 18 prov. Montecorvino Pugliano, Salerno) la cena è scossa da un fragore: una punto in fiamme.

Il fuoco, che partiva da sotto il veicolo, per un'ora e poco più è stato spento dal valido lavoro dei vigili del fuoco. Ma così è troppo riduttivo.

C'è chi è al bar, chi cena, chi parla al telefono, chi parla con i vicini: insomma una tipica serata umida di un parco-non parco (in quanto sempre aperto e mai chiuso da alcun cancello dall'inizio della sua vita).

"Sta prendendo fuoco una macchina!!!" si corre immediatamente al balcone, proprio per onorare la propria meridionalità e per soddisfare quella emotiva curiosità, dettata dalla paura e dal puro "farsi i cazzi degli altri".
Chiama i vigili del fuoco, ma quale è il numero dei vigili del fuoco?
Facciamo tre numeri, qualcuno sempre risponde..."

"Pronto, venite, correte, muovetevi, una macchina una punto nera, forse a metano, forse a benzina no forse a diesel sta prendendo fuoco"
"Signò scusate"
"No voi dovete venire qui c'è il rischio che esplodiamo tutti, ci volete portare sulla coscienza?"
"Signoraaaaaaaa, avete chiamato il 118 è l'ambulanza, dovete chiamare il 115 !!"
"scusate, scusate".

 "Vi prego venite,  si proprio al Parco Verdiana forse la macchina è a metano, ma non sono sicura però, di sicuro posso dirvi che dove è collocata la macchina si trovano i bomboloni di gas che distribuiscono tutto il parco e se il fuoco arriva lì ..."
"Non si preoccupi, stiamo arrivando"

Ovviamente come ogni situazione di panico si rispetti, si scende tutti in strada lontani ma non troppo dall'accaduto: se qualcosa è successo è meglio vedere con i propri occhi piuttosto che sentire le storie della gente. E tutto rigorosamente registrato da smartphone di ultima generazione, così da avere una prova di essere stati sulla scena del crimine.

 Si ripete, inevitabilmente, quella scena, che ha ben raccontato Luciano De Crescenzo in Così parlò Bellavista: il cavalluccio rosso, ma qui non è il protagonista a parlare ma parlano i poveri abitanti non più salernitani doc quasi tutti trapiantati in questo parco di nuova costruzione (22 anni, senza ha l'abitabilità, senza il gas "di città", l'adsl, le fibre ottiche, ma avendo il Maximall Carrefour e Declathon ha guadagnato tutto il suo rispetto).

"Ma quella punto nera, è proprio del signore, quello separato dalla moglie?"
"Si si, stanno venendo, pure i carabinieri"
"Dicono che sono due o tre giorni fa, è stato pure picchiato"

"Si è separato, convive con un'altra"
"Avrà fatto qualche sgarro, non si lasciano le mogli"
"Fortuna che è accaduto ora, ti immagini se fosse successo rint a nuttat?

Il fuoco partiva da sotto il veicolo, sicuramente alimentato da un combustibile oleoso e viste le macchie intorno, i vigili sospettano benzina. A poco a poco il fuoco si è propagato nell'abitacolo, i proprietari delle terrazze a piano terra hanno temuto il peggio. Accanto all'auto oltre ad esserci altre macchine c'erano arbusti di ogni tipo, bastava una scintilla e qui ci sarebbe un'altra notizia, un altro racconto.
Tutto bene, quel che finisce bene, ma una cosa è certa l'assicurazione non rimborserà il proprietario e alcuni abitanti del Parco Verdiana non dormirà questa notte




Mi dicono che
La paura del pericolo è diecimila volte più spaventosa del pericolo vero e proprio, quando si presenta di fatto davanti ai nostri occhi; e l'ansia è una tortura molto più grave da sopportare che non la sventura stessa per la quale stiamo in ansia.
Daniel Defoe, Robinson Crusoe, 1719