martedì 28 agosto 2012

Preghiera a Morfeo


 

Morfeo vieni, abbracciami. Fa in modo che le mie fantasie diventino realtà, fa in modo che mia realtà profumi delle mie fantasie. Aiutami a diventare come dovrei essere almeno lì in quel sogno ameno che spezza i vincoli dell’abitudine. Fammi camminare nella vasta distesa del sentimento dove tutto è concesso, lì dove è bandita la sofferenza, l’indifferenza. 
Caro Morfeo fa sì che mi abbandoni a te, a te che porti il sonno e che avvolgi ogni cosa.
 Arriva caro Sonno, lì dove non c’è luce dove non è possibile contare i battiti del cuore, dove non è possibile scaricare il proprio odio. 
Dormi mio caro cuore, ormai giovane ma tanto stanco, ormai chiaro ma tanto scuro, ormai spensierato ma tanto preoccupato. 
Non svegliarmi Morfeo, tienimi stretta a te, proteggimi, abbi cura di me. 
Oh Morfeo non sai quante volte volevo scorgere il tuo volto, non sai quante volte ho pensato di possederti, di comandarti, non sai quante volte ho pensato di ucciderti concedendomi ad altri, ma sbagliavo tu sei più forte, sei più tenace nel prendermi … quante volte, Dio solo sa quante volte, ho pensato di averti, ma quante volte pensavo di piacerti … mi hai punito con i tuoi incubi, facendomi perdere in quella notte così oscura e tenebrosa. 
Quante volte … sono stanca Morfeo di aspettarti, la tua punizione è giunta: non vuoi più farmi perdere nel gusto del sonno, ma mi induci ad esso con la stanchezza, con il vigore della prostrazione del corpo, con la forza della mia non curanza. 
Abbi cura di me o Morfeo, perché io ho solo te, mia unica ancora di salvezza.

domenica 26 agosto 2012

IL CALDERONE ALCHEMICO: NUOVA FRONTIERA DI SALUTE E BENESSERE




Un gruppo di amiche che si sono conosciute su facebook partecipando ad altre pagine di cosmesi naturale, si sono raccolte in un gruppo segreto e lì hanno deciso, tra una chiacchiera e l'altra, di aprire una pagina facebook (Il calderone alchemico) oltre il blog (Il calderone alchemico). La pagina facebook che è arrivata a circa 1700 "mi piace" e il blog ormai a più di 400.000 visualizzazioni propone un nuovo modo di prendersi cura di se stessi.

Le ragazze del calderone alchemico hanno iniziato specificando come la loro linea di pensiero sia propensa all' alchimia e non allo spignatto: infatti "Per comprendere l'alchimia, bisogna che si venga a considerare il fascino della conversione di una sostanza in un'altra, che appare, in una cultura senza alcuna conoscenza formale di fisica o chimica, come magia (...)E' troppo riduttivo orsù, definire "spignatti" ( o meglio dire "osservazioni empiriche"), questi esperimenti chimici e fisici, promossi dall'utilizzo di osservazioni in laboratorio di professori universitari, farmacisti, ingegneri chimici, fitoterapisti, erboristi e cosmetologi, che ci sono vicino e ci aiutano a capire, ai quali diciamo grazie." scrivono nel blog. 

Esse propongono diverse formule per i cosmetici oltre che folte schede di teoria, indicano gli ingredienti da evitare nei cosmetici   avendo sempre l'umiltà di riconoscere le fonti della loro preparazione. Seguono, fornendo ogni tipo di aiuto, nella pagina facebook tutti coloro che si approcciano a questo nuovo modo di intendere la cosmetica, quella naturale che si può riprodurre in casa, dispensando preziosi consigli che derivano dalla loro diretta esperienza.



"Ma perchè riprodursi i cosmetici in casa? Non sarebbe meglio comprare un prodotto finito ma fatto naturalmente?", domanda tipica topica di coloro che ritengono questa attività inutile oltre che nociva. Il Calderone Alchemico ritiene che fare alchimia creando cosmetici in casa è un ottimo connubio di conoscenze scientifiche e attività pratica, attraverso cui si può avere oltre che un buon prodotto cosmetico ma anche un ottimo modo per rilassarsi dopo una giornata no. 

Dai tonici ai saponi, dalle creme alle maschere, il Calderone alchemico propone una molteplicità di ricette dalla più facile alla più difficile, specificando che non sono responsabili se chiunque si precipiti a creare non rispettando le norme di sicurezza o non conoscendo approfonditamente le materie prime. 


Cosa di di più? Mi dicono che ... SONO FANTASTICHE!


 

mercoledì 22 agosto 2012

Il dio sulla scena :



Capelli biondi lunghi e ricci, guance rosee che non saranno mai pallide a causa dell’ebbrezza del vino. È nato, è stato ucciso ed è rinato, è tutto e niente. È cretese, tracio, lidio. Sua madre Semele, figlia di Cadmo re di Tebe, si concesse a Zeus, e convinta da Era, lo pregò di farsi vedere in tutto il suo splendore. Accadde l’inevitabile: Semele, non potendo sopportare l’immensa luce del divino, perse la vita. Il seme, il feto, quella scintilla divina, fu amorevolmente recuperato da Hermes che lo cucì con cura nella coscia di Zeus per evitare ulteriori ritorsioni di Era, intollerante ai tradimenti del suo sposo. Al tempo stabilito Dioniso venne alla luce e crebbe forse con l’aiuto delle ninfe. Forse fu mangiato dai Titani, forse diventò sposo di Arianna. I forse si mescolano in un unico tempo, in quel contenitore di fatti, i cui contorni non sono affatto nitidi.
La leggenda di Dioniso è stata narrata da Euripide nella sua tragedia Le Baccanti, messe in scena per la prima volta durante le Grandi Dionisie nel 407-406 a. C., quando Atene era stata sconfitta nella guerra del Peloponneso e quando il suo creatore era già scomparso.
Dioniso compare già nel prologo: è a Tebe, sconosciuto da tutti, e si reca al palazzo dove è ancora possibile vedere le macerie della camera di sua madre. Racconta di aver lasciato le pianure ricche d’oro della Lidia, della Frigia e della Persia, piena di Sole, poi le rocche della Battriana, la terra tempestosa dei Medi, l’Arabia e tutta l’Asia. Il suo intento è quello di mettere in scena la propria epifania sia in quanto dio, sia in quanto protagonista:
“E ora sono venuto in questa città dei Greci, dopo che ovunque, laggiù ho istituito i miei misteri, per rivelarmi dio agli uomini. Per prima Tebe in questa terra greca ho fatto risuonare di sacre grida: ho vestito i corpi con pelli di cerbiatto e a ogni mano ho fatto stringere il tirso, la freccia d’edera”.

 Oltre che per diffondere il suo culto, Dioniso è venuto a Tebe nelle vesti di uomo per vendicare sua madre, calunniata dalle sorelle Autonoe e Agave, le quali avevano sostenuto che  era stata sedotta da un uomo mortale e uccisa da Zeus per avergli affidato con una menzogna la paternità del bambino. La sua venuta ha reso le donne ingovernabili: prese dalla follia, hanno abbandonato le loro case e i loro figli per correre sul monte Citerone, dove danzano e invocano il loro dio. Tra quelle donne ci sono anche le figlie di Cadmo che ormai non hanno più la lucidità di opporsi alla morsa divina. L’idea del “si deve”, della costrizione, è alla base di tutti i culti iniziatici, nei quali è il dio che sceglie e costringe i suoi adepti, lì dove l’idea di “costrizione” è un motivo chiave di questa tragedia nella quale comportamenti, azioni, gesti anche comuni sono tutti dominati da una superiore necessità. Dopo che Dioniso ha spiegato perché sia giunto a Tebe, in scena entra il coro che eleva un inno, racconta la nascita del dio, invita gli astanti al silenzio mistico e descrive i tre momenti del rituale estatico: orebasia (corsa sfrenata sui monti, sparagmos (sbranamento della vittima rituale), omofagia (banchetto di carne cruda). Si coglie poi un momento particolare della danza estatica, che è uno dei motivi iconografici prediletti dall’arte ellenistica, quando la baccante si muove vorticosamente roteando il corpo e la testa e gettando al vento la chioma con scattanti e convulsi movimenti. La descrizione dell’orgia si conclude fra il rumore. Tutte le Menadi sono oramai schierate intorno all'altare di Dioniso e rivolte verso la scena, Tiresia, vestito da baccante, entra dalla sinistra e si avvicina alla porta della reggia. Bussa alla porta e chiama il vecchio fondatore della città, Cadmo. Essi parlano tra loro: il primo si presenta alla porta dell’indovino di Apollo e il secondo già conosce il motivo di quella visita. Entrambi devono vestirsi con pelli di cerbiatto, incoronarsi con fermagli d’edera e impugnare i tirsi, solo per onorare il dio, dando vita a una delle prime scene dell’opera:

CADMO: “Dove dobbiamo danzare, dove battere il piede e scuotere le nostre teste canute? Spiegamelo, Tiresia, tu vecchio, a me che sono vecchio: perché tu sei saggio. Io non mi stancherei mai di battere la terra con il tirso, notte e giorno: dolcemente ci siamo dimenticati della nostra vecchiaia.
TIRESIA Anche a me sta succedendo la stessa cosa. Anch’io mi sento giovane e voglio danzare.
(…)
CADMO: Io sono vecchio, e anche tu: ti porterò per mano come un bambino.

Si dibatte su come andare sul Citerone: Cadmo, pur essendo disposto a danzare per il dio, ci vorrebbe andare con il carro; Tiresia invece, argomentando la sua risposta come un vero e proprio sofista del V secolo, giudica inadeguato sia utilizzare i sofismi linguistici per il dio, sia andare con il carro.  La scena iniziale tra Cadmo e Tiresia è stata molto discussa. Vi è un miracoloso ringiovanimento dei due vecchi, operato dalla religione dionisiaca: entrambi si sentono trasportati da una misteriosa forza di esaltazione che fa loro dimenticare l’età, al punto che l’indovino non è accompagnato dal consueto giovanetto a causa della sua cecità, come viene descritto di solito in altri contesti, come ad esempio nell’Edipo re o nell’Antigone. C’è da chiedersi se questo ringiovanimento non possa essere già inteso come un tipo particolare di esperienza mistica che porterebbe i due personaggi ad abbracciare la nuova fede. In questo caso Tiresia rispetterebbe a pieno il proprio status, come appare in tutte le tragedie: il profeta saggio che svela gli enigmi ed elargisce utili e ponderati consigli. Nella scena altri colgono, invece, una comicità che sfocia addirittura nel grottesco: i due anziani, per opposte ragioni di opportunismo, accetterebbero  solo apparentemente di accogliere il nuovo “verbo” dionisiaco. In questo caso l’indovino non manifesta un interesse puramente teologico per la nuova religione, ma l’intenzione a razionalizzare la carica dirompente del culto: infatti  il suo modo di argomentare, tipicamente sofistico, sembrerebbe escludere quella fede che può appartenere solo ai “cuori semplici”. Allo stesso modo, Cadmo, in quanto capo di stato, pensa  all’utilità che lui stesso e la sua famiglia ne ricaverebbe,  per rafforzare il potere sia per incrementare il prestigio politico,  proprio nell’affermare che sua figlia Semele è madre di un dio. Alla fine Cadmo vedrà la sua famiglia completamente distrutta proprio perché l’adesione al culto dionisiaco risulta falsa nonché utilitaristica.  Le due valutazioni, non essendo incompatibili tra loro, possono essere colte entrambe. I due anziani, gli unici che sembrano operare una sorta di ragionamento, vogliono porre rimedio ad una situazione ormai degenerata.







Tratto da
Genealogia di una categoria filosofica: il sistema dionisiaco di Creuzer
con autorizzazione dell'autrice.
 Immagini tratte da google.

martedì 21 agosto 2012

Lo scontro degli opposti



Entra nel palazzo una guardia, è al cospetto di Penteo, trascina Dioniso con le mani avvinte. Racconta che la caccia è andata a buon  fine e che la belva è stata catturata. Sì proprio quella belva che si è dimostrata docile, quella che ha invitato con il sorriso le guardie a catturarlo. La guardia è confusa, sente lo strano bisogno di chiarire la sua posizione: ha catturato lo straniero non per un suo volere, ma solo per rispetto degli ordini a cui è costretto ad attenersi. D’altra parte le Menadi catturate precedentemente, miracolosamente sono state liberate e sono ormai sui monti a danzare e ad invocare il loro dio. Questa è l’opera dello straniero che appare a Penteo quasi diabolico. 
Penteo lo osserva: ha un bel corpo secondo le donne, ha dei lunghi capelli ricci che sembrano traboccare di desiderio, ha la pelle bianca forse perché si muove nell’ombra, ha la bellezza come arma per andare a caccia di Afrodite. In un concitato dialogo fra Penteo e Dioniso, il dio non si rivela.
Il re interroga lo straniero, gli chiede da dove provenga e perché introduca nuovi culti; lo straniero, d’altro canto impassibile, risponde di provenire dalla Lidia, di essere stato inviato dal figlio di Zeus e Semele perché la sua missione è introdurre culti, i quali non possono essere conosciuti da chi non è iniziato.
Penteo crede che lo straniero stia tergiversando, ma chi avrà la peggio sarà proprio il giovane re, che pagherà la sua empietà, il suo oltraggio al dio per averlo rinchiuso nella stalla. Lo straniero è salvo, è protetto dal dio che “è presente e vede le sue sofferenze”. Il miscredente, invece, non lo vede, “è qui vicino a me: tu sei empio, per questo non lo vedi”. Dioniso, ancora mascherato da straniero, sta per essere imprigionato e rivolgendosi al suo inquisitore, dice:
andrò via: ma ciò che non deve accadere non potrò mai subirlo. Tu invece pagherai questo oltraggio: verrà Dioniso, il dio che per te non esiste a presentarti il conto. Con l’ingiustizia che fai a me, è lui che metti in catene”.  
 Il coro freme, vuole che il suo dio sia libero in modo da governare i tiasi. Nel frattempo il palazzo del re si incendia e lo straniero riesce a liberarsi delle catene. La terra trema, il fastigio del palazzo ondeggia, si sente nell'interno strepito di rovine, una fiamma si forma sulla tomba di Semele. Le Baccanti piombano tremanti a terra. Dioniso esce, pur sempre senza rivelare il suo essere, conforta le Baccanti e racconta come ha ingannato Penteo.  Illuso dal dio, questi ha creduto di legare in ceppi il suo prigioniero, mentre ha incatenato un toro. 
 
Quando Penteo esce dal palazzo, sbalordito per la fuga del suo prigioniero, se lo trova davanti, vuole ucciderlo e crede di sgozzarlo, ma si imbatte nell’immagine del dio, trafiggendo così solo l’aria trasparente. Intanto un messaggero, che ha visto sui monti le Baccanti celebrare i misteri, dice di non aver notato alcun atto sacrilego, ma solo prodigi: donne che porgevano il seno ai piccoli lupi per allattarli, che percotendo la terra ne facevano sgorgare acqua o aprivano con le dita, nel terreno, fonti di vino o di latte. Accortesi di essere spiate da uomini, che volevano stanarle, esse si erano poi, precipitate sulle bestie della mandria; animate da forza prodigiosa le avevano dilaniate e si erano lanciate sulle campagne sottostanti, senza che nessuno potesse resistere al loro furore. Le baccanti sono l’interruzione della logica perché rompono i confini della coscienza, visto che sono prese da un’esperienza estatica, che permette loro di sperimentare quell’uno fratto nelle cose, cioè quella condizione del diviso-indiviso primordiale del mondo, chiamato da Maria Zambrano il sacro. Come è stato detto “nelle Baccanti, Dioniso è l’incarnazione del fondamento violento della società greca e di ogni società umana, del sacro senza il quale gli uomini non possono vivere, e del quale hanno insieme la necessità di difendersi: il suo doppio vincolo originario del sacro, il paradosso del dio che è cacciatore e cacciato, divoratore e divorato, massacratore e massacrato”.
Il dio decide di mettere in atto il suo piano, offrirà a Penteo la possibilità di vedere con i suoi occhi che cosa fanno realmente le Baccanti, adescandolo con l’idea che potrebbe “provare piacere nel vedere quel spettacolo doloroso”. Ma prima il re deve diventare una baccante, eseguendo così il rituale della vestizione.

 DIONISO: “Dioniso, ora tutto è nelle tue mani. Non sei lontano, lo so. Dobbiamo punirlo! Prima di tutto fallo impazzire, insinua nella sua mente il morbo sottile della follia: finché ragiona, non vorrà mai vestirsi da donna, ma se sarà in preda al delirio, indosserà quelle vesti.”

Ormai tutto è compiuto, i ruoli precedenti sono stati messi in crisi a tal punto che vige il caos totale. Un re che non è più tale, è la testimonianza della forza imperturbabile del dio. La città non è altro che uno scheletro senza carni, svuotato di ogni possibilità di vita civile e ordinata, ormai il luogo geografico della vita è il monte, il Citerone. Il coro, costituito dalle Baccanti asiatiche e unito in un’ unica voce, esulta per la vittoria di Dioniso e per la possibilità che le Baccanti hanno di celebrare ancora i loro riti notturni. La metafora della caccia, in cui la cerbiatta (cioè la menade) riesce a sfuggire cercando scampo nella natura incontaminata e preclusa all’uomo, è ancora centrale.       
Viene proposta dal coro, inoltre, un’idea di “sapienza” che ha fatto molto discutere la critica: essa, infatti, sembrerebbe essere costituita dalla “vendetta”. Se ciò suona inconsueto alle nostre orecchie, certo non era così secondo l’etica degli antichi (almeno prima di Socrate) che consisteva nel fare del bene agli amici e male ai nemici. Una lettura in questa chiave, si integra bene nella situazione scenica: le Baccanti possono praticare i loro riti e Penteo deve essere punito. Infine, il coro chiuderà il suo canto celebrando la felicità interiore dell’uomo, che non consiste nel benessere dovuto alle ricchezze materiali, ma nell’esperienza quotidiana del divino.
Penteo è vestito da baccante ed esce dal palazzo ormai in preda al delirio tanto da vedere due soli, due città di Tebe, due rocche. Volge lo sguardo allo straniero, che gli appare come un toro e gli chiede di accompagnarlo verso il suo destino.  Ha perso tutto, la regalità, il potere politico, il prestigio, la sua lucidità mentale, il controllo, mancano solo la dignità e la vita. 
Comincia in modo disteso e tranquillo il viaggio alla volta del Citerone attraverso paesaggi montani dove sembra regnare una idillica quiete. Intorno tutto è silenzio, uno stato di profonda quiete, in cui sono immerse anche le menadi e che sconcerta Pènteo, il quale non si sarebbe aspettato minimamente di sorprenderle in pacifiche occupazioni.
Penteo chiede di poter vedere meglio le menadi e Dioniso esaudisce il suo desiderio con un miracolo: fa curvare la cima di un abete sul quale la vittima potrà salire e assistere allo spettacolo. Subito lo Straniero con un grido invita le sue compagne di tiaso a catturare quella preda:
“E mentre risuonavano queste parole, tra cielo e terra sfolgorò una luce di fuoco, un bagliore divino. Il cielo taceva. Tacevano, immobili le foglie nella valle boscosa. Non si udiva un grido di un animale. Alle orecchie delle donne quella voce era suonata oscura: si alzarono in piedi, guardandosi intorno perplesse. Il dio, allora, le chiamò di nuovo.”
Le baccanti iniziano a lanciare sassi e rami di abete come se fossero lance, nel frattempo i tirsi si librano in aria per colpire il misero bersaglio, prigioniero della sua impotenza. Esse, inoltre, sradicano l’albero e fanno stramazzare al suolo la vittima, che aveva già consapevolezza di dover morire.
Invano Penteo cerca di far riconoscere a sua madre Agave la sua vera natura, ma non c’è nulla da fare:  la donna è in preda alla follia dionisiaca, ha la schiuma alla bocca, ruota le pupille. Afferra il braccio sinistro e gli strappa la spalla grazie alla forza che il dio le aveva infuso, la sorella Ino si occupa di dilaniare le carni, mentre Autonoe, l’altra sorella,  e tutta la folla delle baccanti incalzano sulla vittima.

“Una esibiva il braccio come trofeo, un’altra un piede ancora stretto nel calzare. Le costole nude erano tutte scarnificate. Le mani insanguinate giocavano a palla con le carni di Penteo. Ora giace il suo corpo. Giace qua e là: un pezzo sotto una rupe, un altro nell’intrico dei rami di una selva. Non è facile andarli a cercarli. La misera testa la tiene la madre tra le sue mani: l’ha infissa sulla punta di un tirso e la porta in giro per il Citerone, come fosse il cranio di un leone di montagna”.
 
Penteo non è altro che il capro espiatorio, ovvero “l’immagine di colui al quale viene sacrificato (…)  viene fatto a pezzi perché anche l’altro (Dioniso) è stato fatto a pezzi”. Viene fatto a pezzi e sbranato, ma il suo capo verrà posto dalla stessa Agave sul tirso come vero e proprio trofeo di caccia.
 La madre Agave ritornata alla reggia è convinta di avere conficcata sul tirso la testa di un cucciolo di leone e riconoscerà l’orrore compiuto solo con l’aiuto di suo padre[1], che come lei è destinato a morire lontano da Tebe, lontano dalla sua reggia. La vendetta del dio è stata compiuta ed Euripide ha voluto dare una prima e sconvolgente rappresentazione del potere divino, esprimendolo sul piano del reale. Eppure, secondo Nietzsche, Euripide sarebbe colpevole di aver ucciso la tragedia, in quanto ha “portato lo spettatore sulla scena”, ovvero ha trasformato il mito in una serie di vicende razionalmente concatenate e comprensibili, iniziando così il processo che avrebbe dato corpo alla commedia attica, in cui sopravvive la forma degenerata della tragedia. Egli avrebbe trasformato il mito tragico in un susseguirsi di vicende razionalmente concatenate e comprensibili di stampo realistico, soddisfacendo il suo vero spettatore, Socrate, che incarna l’ottimismo teoretico. Ma Euripide non è riuscito ad estirpare dal suolo greco il dionisiaco perché il dio è troppo potente. Sa che l’effetto della tragedia non si poggia mai sulla tensione epica o sulla stimolante ignoranza, per cui ha predisposto tutto per il pathos e non per l’azione, in modo tale gli spettatori riescono a partecipare al soffrire e all’operare dei protagonisti.


Tratto da : Genealogia di una categoria filosofia: il sistema dionisiaco di Creuzer
Immagini tratte da google