mercoledì 22 agosto 2012

Il dio sulla scena :



Capelli biondi lunghi e ricci, guance rosee che non saranno mai pallide a causa dell’ebbrezza del vino. È nato, è stato ucciso ed è rinato, è tutto e niente. È cretese, tracio, lidio. Sua madre Semele, figlia di Cadmo re di Tebe, si concesse a Zeus, e convinta da Era, lo pregò di farsi vedere in tutto il suo splendore. Accadde l’inevitabile: Semele, non potendo sopportare l’immensa luce del divino, perse la vita. Il seme, il feto, quella scintilla divina, fu amorevolmente recuperato da Hermes che lo cucì con cura nella coscia di Zeus per evitare ulteriori ritorsioni di Era, intollerante ai tradimenti del suo sposo. Al tempo stabilito Dioniso venne alla luce e crebbe forse con l’aiuto delle ninfe. Forse fu mangiato dai Titani, forse diventò sposo di Arianna. I forse si mescolano in un unico tempo, in quel contenitore di fatti, i cui contorni non sono affatto nitidi.
La leggenda di Dioniso è stata narrata da Euripide nella sua tragedia Le Baccanti, messe in scena per la prima volta durante le Grandi Dionisie nel 407-406 a. C., quando Atene era stata sconfitta nella guerra del Peloponneso e quando il suo creatore era già scomparso.
Dioniso compare già nel prologo: è a Tebe, sconosciuto da tutti, e si reca al palazzo dove è ancora possibile vedere le macerie della camera di sua madre. Racconta di aver lasciato le pianure ricche d’oro della Lidia, della Frigia e della Persia, piena di Sole, poi le rocche della Battriana, la terra tempestosa dei Medi, l’Arabia e tutta l’Asia. Il suo intento è quello di mettere in scena la propria epifania sia in quanto dio, sia in quanto protagonista:
“E ora sono venuto in questa città dei Greci, dopo che ovunque, laggiù ho istituito i miei misteri, per rivelarmi dio agli uomini. Per prima Tebe in questa terra greca ho fatto risuonare di sacre grida: ho vestito i corpi con pelli di cerbiatto e a ogni mano ho fatto stringere il tirso, la freccia d’edera”.

 Oltre che per diffondere il suo culto, Dioniso è venuto a Tebe nelle vesti di uomo per vendicare sua madre, calunniata dalle sorelle Autonoe e Agave, le quali avevano sostenuto che  era stata sedotta da un uomo mortale e uccisa da Zeus per avergli affidato con una menzogna la paternità del bambino. La sua venuta ha reso le donne ingovernabili: prese dalla follia, hanno abbandonato le loro case e i loro figli per correre sul monte Citerone, dove danzano e invocano il loro dio. Tra quelle donne ci sono anche le figlie di Cadmo che ormai non hanno più la lucidità di opporsi alla morsa divina. L’idea del “si deve”, della costrizione, è alla base di tutti i culti iniziatici, nei quali è il dio che sceglie e costringe i suoi adepti, lì dove l’idea di “costrizione” è un motivo chiave di questa tragedia nella quale comportamenti, azioni, gesti anche comuni sono tutti dominati da una superiore necessità. Dopo che Dioniso ha spiegato perché sia giunto a Tebe, in scena entra il coro che eleva un inno, racconta la nascita del dio, invita gli astanti al silenzio mistico e descrive i tre momenti del rituale estatico: orebasia (corsa sfrenata sui monti, sparagmos (sbranamento della vittima rituale), omofagia (banchetto di carne cruda). Si coglie poi un momento particolare della danza estatica, che è uno dei motivi iconografici prediletti dall’arte ellenistica, quando la baccante si muove vorticosamente roteando il corpo e la testa e gettando al vento la chioma con scattanti e convulsi movimenti. La descrizione dell’orgia si conclude fra il rumore. Tutte le Menadi sono oramai schierate intorno all'altare di Dioniso e rivolte verso la scena, Tiresia, vestito da baccante, entra dalla sinistra e si avvicina alla porta della reggia. Bussa alla porta e chiama il vecchio fondatore della città, Cadmo. Essi parlano tra loro: il primo si presenta alla porta dell’indovino di Apollo e il secondo già conosce il motivo di quella visita. Entrambi devono vestirsi con pelli di cerbiatto, incoronarsi con fermagli d’edera e impugnare i tirsi, solo per onorare il dio, dando vita a una delle prime scene dell’opera:

CADMO: “Dove dobbiamo danzare, dove battere il piede e scuotere le nostre teste canute? Spiegamelo, Tiresia, tu vecchio, a me che sono vecchio: perché tu sei saggio. Io non mi stancherei mai di battere la terra con il tirso, notte e giorno: dolcemente ci siamo dimenticati della nostra vecchiaia.
TIRESIA Anche a me sta succedendo la stessa cosa. Anch’io mi sento giovane e voglio danzare.
(…)
CADMO: Io sono vecchio, e anche tu: ti porterò per mano come un bambino.

Si dibatte su come andare sul Citerone: Cadmo, pur essendo disposto a danzare per il dio, ci vorrebbe andare con il carro; Tiresia invece, argomentando la sua risposta come un vero e proprio sofista del V secolo, giudica inadeguato sia utilizzare i sofismi linguistici per il dio, sia andare con il carro.  La scena iniziale tra Cadmo e Tiresia è stata molto discussa. Vi è un miracoloso ringiovanimento dei due vecchi, operato dalla religione dionisiaca: entrambi si sentono trasportati da una misteriosa forza di esaltazione che fa loro dimenticare l’età, al punto che l’indovino non è accompagnato dal consueto giovanetto a causa della sua cecità, come viene descritto di solito in altri contesti, come ad esempio nell’Edipo re o nell’Antigone. C’è da chiedersi se questo ringiovanimento non possa essere già inteso come un tipo particolare di esperienza mistica che porterebbe i due personaggi ad abbracciare la nuova fede. In questo caso Tiresia rispetterebbe a pieno il proprio status, come appare in tutte le tragedie: il profeta saggio che svela gli enigmi ed elargisce utili e ponderati consigli. Nella scena altri colgono, invece, una comicità che sfocia addirittura nel grottesco: i due anziani, per opposte ragioni di opportunismo, accetterebbero  solo apparentemente di accogliere il nuovo “verbo” dionisiaco. In questo caso l’indovino non manifesta un interesse puramente teologico per la nuova religione, ma l’intenzione a razionalizzare la carica dirompente del culto: infatti  il suo modo di argomentare, tipicamente sofistico, sembrerebbe escludere quella fede che può appartenere solo ai “cuori semplici”. Allo stesso modo, Cadmo, in quanto capo di stato, pensa  all’utilità che lui stesso e la sua famiglia ne ricaverebbe,  per rafforzare il potere sia per incrementare il prestigio politico,  proprio nell’affermare che sua figlia Semele è madre di un dio. Alla fine Cadmo vedrà la sua famiglia completamente distrutta proprio perché l’adesione al culto dionisiaco risulta falsa nonché utilitaristica.  Le due valutazioni, non essendo incompatibili tra loro, possono essere colte entrambe. I due anziani, gli unici che sembrano operare una sorta di ragionamento, vogliono porre rimedio ad una situazione ormai degenerata.







Tratto da
Genealogia di una categoria filosofica: il sistema dionisiaco di Creuzer
con autorizzazione dell'autrice.
 Immagini tratte da google.

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