sabato 20 luglio 2013

Il folle viaggio di Cosimo Raviello

Domenica 14 luglio presso l’Eco Bistrot, pub-ristorante situato in via Lungomare Colombo 23-25 (Pastena) Salerno, è stato presentato dall’autore Cosimo Raviello, il libro appena pubblicato Il folle viaggio di Tobia.

Come di consueto l’autore verrà stimolato dalle nostre domande.

   Chi è Cosimo Raviello? 

Un giovane nato nell'anno che dà il titolo a uno dei più famosi libri di George Orwell, che ha l'utopica ambizione di poter vivere un giorno dei suoi testi, in un paese in cui tutti scrivono e quasi nessuno legge.
  Il protagonista è Tobia: un inetto moderno?

Decisamente si. L'inettitudine di Tobia si può riscontrare in tutto ciò che fa. Nel suo rapporto con l'amore, con la vita, con le responsabilità e anche nel modo ossessivo col quale affronta  quesiti di cui ha ignorato l'esistenza fino a poco prima.

 A tuo avviso l’atteggiamento pseudo-filosofico del protagonista presuppone una predisposizione?

Se vogliamo parlare di predisposizione verso questo atteggiamento, suppongo, anzi spero, che chiunque (chi più chi meno) abbia tale predisposizione. Ma se una cosa è proprietà di tutti, in realtà non appartiene a nessuno. Di conseguenza la risposta alla tua domanda è: “NO”. Ribadisco però che la mia è solo una speranza.

Tobia usa diversi modi per rincorrere la sua ossessione: la lettura di Chris Miller (autore di fantasia). Quanto la sua ossessione lo determina?

Tantissimo, se non del tutto. Senza quell'ossessione non sarebbe mai giunto al termine del suo folle viaggio.

Il sottotitolo del romanzo è Ricorrendo pensieri nei labirinti della mente, che riassume bene lo scopo per cui è stato scritto. È possibile salvarsi dai labirinti della mente?

Uno dei modi per salvarsi e non entrarci. Poche sono le persone che possono addentrarsi, per poi uscirne senza perdersi. Solitamente ciò accade alle persone poco profonde. Per gli altri è difficile trovare un “filo di Arianna” che possa condurti all'uscita. Non a caso ho sempre considerato la mente la peggiore delle prigioni.

   Zeno Cosini e Vitangelo Moscarda si intravedono nella personalità di Tobia. Per uno scrittore quanto è difficile essere originale?

Come nella musica e in molte altre forme d'arte, più si va avanti negli anni più diventa difficile essere originali. Questo perché aumentando il numero delle opere, aumenta la possibilità che ciò che vuoi fare tu oggi, sia già stato pensato da altri in passato.
Nel caso specifico del protagonista del mio libro,  la sua figura è molto complicata. L'inettitudine del personaggio sveviano e alcune sfumature del caro Gengè (come ad esempio il sottile maschilismo), sono solo una minima percentuale dei moltissimi aspetti del carattere di Tobia, quindi in quanto a originalità penso di avere la coscienza a posto. Stesso discorso si può fare per quanto concerne il libro in generale. Non penso esista un'opera che tratti tutti questi temi esistenziali in un solo testo, per giunta in maniera  ironica. Nel caso mi sbagli, ditemelo subito che, proprio come Tobia, devo trovare un modo per impossessarmene.


 L’amore, l’amicizia sono alcuni degli argomenti su cui si interroga il protagonista, che ha una vita agiata da studente fuori sede mantenuto dai genitori. Supponiamo che Tobia invece sia uno studente fuori sede che deve pagarsi l’università, in che modo avrebbe rincorso i suoi pensieri?

Avrebbe sicuramente avuto meno tempo, perché molti dei quesiti nascono dal fatto che non ha altro di “meglio” a cui pensare. Quindi, calcolando il carattere del protagonista, si sarebbe fermato al primo libro, senza nemmeno terminare la lettura o forse non l'avrebbe proprio acquistato.

Come è nato il romanzo?

Come già detto in un'alta intervista, fin da piccolo ero solito appuntare i quesiti esistenziali che mi ponevo nel corso della mia vita e le soluzioni che provavo a darmi. Poi, in un momento di sana e (stra)ordinaria follia, ho deciso di farne un libro.

Chi dovrebbe leggere il tuo libro e perché?

Considerato che il libro ha due aspetti, esso è pensato principalmente per due tipi di persone: quelle che amano i testi introspettivi e si soffermano molto a porsi domande e quelli invece che han voglia semplicemente di farsi due risate. In queste due categorie rientrano la maggior parte delle persone.
E' un modo per dire che DOVREBBERO leggerlo tutti. Scherzo.



Mi dicono che …
"è più complicato essere semplici che essere semplicemente complicati"
Cosimo Raviello

mercoledì 17 luglio 2013

Il sacrificio: il Sonno

-Buongiorno.- dice lui, dopo parecchi giorni di continue desiderate violenze.
Quella unica parola mi stronca. È la prima volta che udivo il suono della Sua voce, memore del dialogo-monologo avuto con Lui la notte prima. La Sua voce mi rinfresca l’anima in maniera a me sconosciuta.
Lui apre lo sportello metallico e punta su di me quegli occhi color smeraldo. Posso vedere il Suo volto ora. È stranamente bello. I tratti sono marcati, compresi gli zigomi e la mascella. Ha i capelli corti e neri come la notte. Il volto è incorniciato da una barba leggermente incolta e le labbra non sono sottili ma nemmeno carnose.
-Chi sei?- chiedo.
-Non ti interessa.-
-Cosa vuoi da me?-
-Tutto.-
Silenzio. Non rispondo. Da una parte temo ciò che vuole fare, dall’altra non vedo l’ora che agisca.
Lui deve aver percepito la scissione della mia mente.
-E tu? Cosa vuoi da me?-
-Liberami.- dico con voce bassa e poco convinta, tentando di ostacolare il mio cervello.
-Io voglio te. Ti ho ammirata per tanto…tanto tempo. Eri lontana come una stella lo è per una formica. Vederti ridere, camminare, arrabbiarti, farti la doccia, addirittura. Tutto di te mi rendeva felice. Ti ho desiderata, come faccio tutt’ora.-
Attraverso lo sportello, mi sfiora i capelli con una mano. Io resto immobile, scossa dai fremiti di un corpo traditore. Afferro la Sua mano e la scaccio via, in un misto tra umiliazione e pentimento.
-Questa è la chiave per andartene.- dice, alquanto contrariato, porgendomi una grossa chiave di bronzo. –Io voglio tutto di te, anche la tua anima. Non voglio continuare ad  accontentarmi di un corpo freddo come uno sciacallo di una carogna. Non sono pazzo.- dette queste ultime parole con strana enfasi, si congeda e richiude lo sportello.
Sono davanti ad una scelta che agli occhi dei più sarebbe ovvia, ma non lo è (ancora quel Dio incerto sta giocando con me) ai miei. Rigiro tra le dita la chiave della mia libertà, pensando a cosa fare.
E i giorni sono scorsi umidi in questa gabbia di legno rancido e puzzolente.
Le lacrime hanno scavato solchi sulla pelle, come tatuaggi-ricordo di dolori che hanno inciso sulla pelle una triste canzone.
L’angolo dove faccio i miei bisogni puzza. Mi impregna le narici con la mia stessa orina.
Sono appoggiata di spalle alla porta, e, come al cinema, mi sento spettatrice in terza persona di quello che si può chiamare incubo.
Più di venti volte è sorto il sole in questa prigionia, ed io inizio, in questo oblio, a perdere memoria della mia vita precedente. Ho perso l’immagine della mia famiglia, dei miei amici, di tutto.
Ho perso le certezze che facevano di me un essere umano, che mi sono cadute dalla mente come stanche foglie in autunno.
Lui è la mia unica certezza.
Lui c’è. Mi nutre. Mi sente. Mi osserva.
Cosa troverò la fuori?
È tutto come ricordo?
Come posso io rifiutare ciò che Lui ha fatto per me?
Come posso io rifiutare Lui?
Guardo di nuovo la chiave di bronzo, che ho lasciato sul comodino dal giorno in cui me l’ha consegnata.
Quel pezzo di ferro mi ha posto davanti ad un bivio cruciale.
Dopo troppi respiri per esseri contati, prendo la chiave e apro la porta.
Poggio la chiave per terra, richiudendomi poi dentro.
Mi siedo per terra sotto la finestra.
Penso.
L’uomo è così debole che tanto gli basta per essere demolito?
Cosa sono allora le nostre certezze se non castelli di carte che cadono al primo soffio di vento?
Quale scopo hanno i ricordi se non sono al sicuro nemmeno nella nostra mente?
È essa così debole che basta il buio ad offuscarla?
Queste domande strillano ora tra le mie tempie.
Tempie…Il tempio del corpo umano. Il centro del sapere universale. Una biblioteca non così sicura, dopotutto.
Siamo solo spighe di grano che si muovono seguendo il vento, schiave di un cuore fraudolento, di un corpo traditore e di una mente perversa.
E noi? Seguendo questa triade che si alterna nelle nostre vite, ci muoviamo come automi, perché non possiamo ordinare nemmeno il nostro cervello.
Chissà come è l’aria fuori, ora?
Al momento c’è una luce abbagliante, diffusa da un sole caldo e troppo distante. Chissà dove è finito il tempo che ho perso prigioniera. Chissà se lo ritroverò, ma, si sa, il tempo non torna mai sui suoi passi.
Noi non possiamo rifare le nostre scelte consapevoli delle conseguenze.
Non possiamo fare altro che rinascere da ogni pozzo in cui cadiamo (sperando di rinascere), a volte più forti, ed altre più deboli. Ma l’importante è rinascere, non lasciarsi morire in questo pendolo che oscilla tra due poli ingiusti.
E in mezzo a tutto questo c’è l’Amore che addolcisce questa pillola che è la vita.
Io non so come è fatto, ne cosa prova. Non ho provato il respiro che manca per un bacio, ne il petto che esplode per un tocco.
Ho sentito però l’anima ardere per una parola.
La Sua.
La libertà non esiste. Siamo noi a costruircela. C’è un “libero arbitrio” che non viene da lassù, ma è nato con l’uomo. È nato senza leggi. Oggi non può e non deve esistere.
Eppure nella vita della gente comune, esiste ancora uno sprazzo del “libero arbitrio” primordiale.
Lo vediamo nello scegliere cosa indossare, cosa mangiare, cosa ascoltare.
Non si può demolire la libertà che qualcun altro ha costruito, ma si può demolire la propria come si cancella un disegno fatto con la matita.
Chi la demolisce per guadagnarsi da vivere.
Chi la demolisce per sentirsi al sicuro.
Ecco, in un certo senso io appartengo all’ultima categoria.
Demolisco la mia perché Lui mi fa sentire sicura.
Ma il fine ultimo non è la mia conservazione.
È qualcosa di più, o forse un po’ di meno, a seconda dei punti di vista.
Il mio fine ultimo è qualcosa che mi appare come Amore.

Giuseppe de Santis 








 Mi dicono che
Le paure esistono per essere sopportate. Nessun uomo è coraggioso, se non sa avere paura.
Anthony Clifford GraylingIl significato delle cose, 2006

lunedì 8 luglio 2013

Sacrificio: Albe Forzate

Una lama di luce infrange la mia palpebra; mi sveglio anelando che gli ultimi ricordi fossero solo incubi di una mente contorta. Appena ripresa coscienza del mondo, capisco che tutto era reale, che la morte di cui mi sono ammalata, continua ad infettarmi e sento che la ferita dell’anima sta andando in suppurazione. Guardo la stanza con occhi diversi alla luce, che mi ha tolto quella fredda coperta sotto cui ho dormito. Le pareti sono intervallate da cornici vuote e spezzate o da quadri strappati e sporchi. I soggetti dei pochi quadri visibili sono tutti femminili…e sofferenti. C’è n’è uno dove si vede una ragazza in una vasca piena di sangue, con gli occhi puntati verso l’osservatore. Occhi spenti e spogliati di ogni primordiale umanità. Trovavo in quegli occhi un po’ dei miei, ma speravo di non trovare nient’altro di me in quel quadro come negli altri.Il sangue mi si gela nelle vene. Più importante, noto dei graffi sulle pareti.
D’istinto mi guardo le unghie e noto che sono tutte spezzate e coperte di sangue raggrumato. Ho camminato e graffiato le pareti nel sonno. Scopro che in realtà quelle sono scritte, probabilmente parole senza senso uscite dai fumi della mia incoscienza.
“Salvami”,diceva una. “Tienimi con te”, diceva un’altra. “Aiutami”, un’altra ancora.
I ricordi inconsci mi investono con vigore sovrumano. Un pugno di parole che mi fa arrossire gli occhi. Sono sull’orlo delle lacrime ma mi aggrappo ed evito di cadere. Mi appoggio di schiena al muro e scivolo giù in preda ai singhiozzi, che riescono alla fine a sopraffarmi. E il sole si trascina dietro tanti respiri, finché lo stesso sole non va a riposare dietro gli alberi, che lo accolgono come in un bacio. Di nuovo i Suoi passi.
Mi asciugo gli occhi e a carponi mi porto davanti alla porta. 


La mia voce è piena ora.
-Ti prego, non farmi del male! Lasciami andare!- imploro.
Sento la serratura scattare. La porta si apre e Lui mi si para davanti.
Non è esile e magro come pensavo. I muscoli sono definiti e le gambe sono lunghe e tornite, come colonne tortili che sorreggono un tempio.
Si siede a gambe incrociate davanti a me.
Io parlo, imploro, supplico, mi umilio. Ma Lui è impassibile e mi guarda con lo sguardo aquilino di un cacciatore. All’improvviso mi si butta addosso e finisce a cavalcioni sopra di me. Mi bacia con violenza. Sento la barba che mi graffia le labbra. Mi tiene a terra bloccandomi i polsi. Poi si lascia andare sopra di me, paralizzandomi col suo peso. Mi accarezza e continua a baciarmi. Il collo, le guance e le labbra. Io non riesco ad urlare, non riesco a piangere, il corpo non reagisce ai miei comandi. Sento il bacino che lo asseconda ondeggiando contro di lui. Con rudezza mi sfila di dosso la camicia e il reggiseno, lasciandomi a seni scoperti. Inizia a baciarli ed io sono lì, ferma come una bambola. Come un manichino. Come un cadavere.Si toglie anche Lui la maglia rimanendo a torso nudo. Lui continua a baciarmi, a leccarmi, portandomi continuamente sul limite. Mi sentivo come una nave in balia di onde irregolari, salendo e scendendo. Infine mi denuda completamente, facendo scendere le mani verso il mio sesso.Mi profana con le dita, con vigore inaudito e facendomi male. Alla fine si toglie i calzoni e, con forza, fa il Suo ingresso. Io mi aggrappo alle Sue spalle larghe, contraendomi per il dolore. Lui emette un gemito, poi, regolarmente, inizia a muoversi in me. I suoi respiri sono pesanti e profondi. Sento il Suo piacere e la mia pelle non può fare a meno di urlare del proprio. Lo sento fondersi in me, e non solo fisicamente. Sento i Suoi battiti, poggiando la testa sul largo petto, confondersi con i miei. Sento il suo odore acre che mi entra nelle narici. Mi prende le natiche e mi spinge ancora di più verso di lui. Mi morde la spalla, mi lascia senza fiato.
Alla fine dopo essersi preso, ed avermi dato, tutto ciò che poteva, mi abbandona, ancora nuda. Si riveste e esce dalla porta.
Quella non sarebbe stata la sua ultima possessione. Mi avrebbe posseduto ancora e ancora, lo sapevo.
Lo speravo.

  Racconto di Giuseppe De Santis









Mi dicono che
"Chi è nell'errore compensa con la violenza ciò che gli manca in verità e forza".
Johann Wolfgang GoetheTorquato Tasso, 1790