lunedì 8 luglio 2013

Sacrificio: Albe Forzate

Una lama di luce infrange la mia palpebra; mi sveglio anelando che gli ultimi ricordi fossero solo incubi di una mente contorta. Appena ripresa coscienza del mondo, capisco che tutto era reale, che la morte di cui mi sono ammalata, continua ad infettarmi e sento che la ferita dell’anima sta andando in suppurazione. Guardo la stanza con occhi diversi alla luce, che mi ha tolto quella fredda coperta sotto cui ho dormito. Le pareti sono intervallate da cornici vuote e spezzate o da quadri strappati e sporchi. I soggetti dei pochi quadri visibili sono tutti femminili…e sofferenti. C’è n’è uno dove si vede una ragazza in una vasca piena di sangue, con gli occhi puntati verso l’osservatore. Occhi spenti e spogliati di ogni primordiale umanità. Trovavo in quegli occhi un po’ dei miei, ma speravo di non trovare nient’altro di me in quel quadro come negli altri.Il sangue mi si gela nelle vene. Più importante, noto dei graffi sulle pareti.
D’istinto mi guardo le unghie e noto che sono tutte spezzate e coperte di sangue raggrumato. Ho camminato e graffiato le pareti nel sonno. Scopro che in realtà quelle sono scritte, probabilmente parole senza senso uscite dai fumi della mia incoscienza.
“Salvami”,diceva una. “Tienimi con te”, diceva un’altra. “Aiutami”, un’altra ancora.
I ricordi inconsci mi investono con vigore sovrumano. Un pugno di parole che mi fa arrossire gli occhi. Sono sull’orlo delle lacrime ma mi aggrappo ed evito di cadere. Mi appoggio di schiena al muro e scivolo giù in preda ai singhiozzi, che riescono alla fine a sopraffarmi. E il sole si trascina dietro tanti respiri, finché lo stesso sole non va a riposare dietro gli alberi, che lo accolgono come in un bacio. Di nuovo i Suoi passi.
Mi asciugo gli occhi e a carponi mi porto davanti alla porta. 


La mia voce è piena ora.
-Ti prego, non farmi del male! Lasciami andare!- imploro.
Sento la serratura scattare. La porta si apre e Lui mi si para davanti.
Non è esile e magro come pensavo. I muscoli sono definiti e le gambe sono lunghe e tornite, come colonne tortili che sorreggono un tempio.
Si siede a gambe incrociate davanti a me.
Io parlo, imploro, supplico, mi umilio. Ma Lui è impassibile e mi guarda con lo sguardo aquilino di un cacciatore. All’improvviso mi si butta addosso e finisce a cavalcioni sopra di me. Mi bacia con violenza. Sento la barba che mi graffia le labbra. Mi tiene a terra bloccandomi i polsi. Poi si lascia andare sopra di me, paralizzandomi col suo peso. Mi accarezza e continua a baciarmi. Il collo, le guance e le labbra. Io non riesco ad urlare, non riesco a piangere, il corpo non reagisce ai miei comandi. Sento il bacino che lo asseconda ondeggiando contro di lui. Con rudezza mi sfila di dosso la camicia e il reggiseno, lasciandomi a seni scoperti. Inizia a baciarli ed io sono lì, ferma come una bambola. Come un manichino. Come un cadavere.Si toglie anche Lui la maglia rimanendo a torso nudo. Lui continua a baciarmi, a leccarmi, portandomi continuamente sul limite. Mi sentivo come una nave in balia di onde irregolari, salendo e scendendo. Infine mi denuda completamente, facendo scendere le mani verso il mio sesso.Mi profana con le dita, con vigore inaudito e facendomi male. Alla fine si toglie i calzoni e, con forza, fa il Suo ingresso. Io mi aggrappo alle Sue spalle larghe, contraendomi per il dolore. Lui emette un gemito, poi, regolarmente, inizia a muoversi in me. I suoi respiri sono pesanti e profondi. Sento il Suo piacere e la mia pelle non può fare a meno di urlare del proprio. Lo sento fondersi in me, e non solo fisicamente. Sento i Suoi battiti, poggiando la testa sul largo petto, confondersi con i miei. Sento il suo odore acre che mi entra nelle narici. Mi prende le natiche e mi spinge ancora di più verso di lui. Mi morde la spalla, mi lascia senza fiato.
Alla fine dopo essersi preso, ed avermi dato, tutto ciò che poteva, mi abbandona, ancora nuda. Si riveste e esce dalla porta.
Quella non sarebbe stata la sua ultima possessione. Mi avrebbe posseduto ancora e ancora, lo sapevo.
Lo speravo.

  Racconto di Giuseppe De Santis









Mi dicono che
"Chi è nell'errore compensa con la violenza ciò che gli manca in verità e forza".
Johann Wolfgang GoetheTorquato Tasso, 1790

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