domenica 2 febbraio 2014

Il primo giorno di Cura: Laing e l'antipsichiatria

Il primo giorno di “cura” ci volle un esercito di infermieri per trascinare quelle donne abuliche nella stanza preposta allo scopo; il giorno dopo il dottor Laing riuscì a fatica ad inserire la chiave nella toppa per la ressa che si era creata davanti la porta.  Dopo 18 mesi di incredibili progressi tutte le pazienti furono dimesse dall’ospedale, ma nel giro di un anno tutte vi fecero ritorno. L’infelice esito fu per Laing la scoperta di un’amara realtà: “compresi allora che queste donne, uscendo dall’ospedale, avevano ritrovato quelle stesse condizioni di partenza che ve le avevano condotte la prima volta. Osservare gli ammalati all’interno del reparto mi apparve in quel momento assolutamente inutile”.




 Nonostante la delusione Laing non demorse dal lavoro clinico né tantomeno dalle sue convinzioni, anzi fu proprio in questo periodo che le affinò facendo  due incontri decisivi per la sua formazione intellettuale, quelli con la fenomenologia e con l’esistenzialismo: la prima gli confermò l’idea che andava maturando della psicologia come di una scienza che necessita di uno sguardo critico e purificato, mentre il secondo gli dischiuse una visione metafisicamente agghiacciante dell’uomo e del suo destino che la sua tormentata esperienza gli aveva fatto balenare prima ancora dell’esperienza professionale. Il risultato di questa febbrile attività fu la pubblicazione nel 1959 della sua prima opera, forse la più importante, sicuramente la più discussa: L’io diviso. Il progetto che l’aveva ispirata non era in sé originale, anzi si inseriva a pieno titolo nel filone della psichiatria esistenziale: si trattava di formulare delle categorie filosofiche atte a donare senso all’enigmatico vissuto dello schizofrenico. Per fare questo Laing attinse a piene mani alle riflessioni del celebre filosofo esistenzialista Sartre, avendone  ricavato fin da subito  l’impressione di indossare un guanto fatto su misura. 

Sauro Frangiflutti
- To be Continued -

Nel giardino di Psiche, / in sembianze di Dio/ mi parlava l'inconscio/ ma tanto, a rispondere non ero mai io"
Daniele Silvestri, Tutta colpa di Freud

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