martedì 26 novembre 2013

Aspetterò che nasca di nuovo il giorno sostando sul ciglio della notte


Mi farò silenzio per non disturbare il sonno dell’ultima stella che ancora dorme nel cielo e ruberò i sogni degli amanti e dei pazzi.
Giacerò aggrappata all’ultimo scampolo delle tenebre,
chiedendo alla luna di spiegarmi quella sottile follia che pervade il crepuscolo prima del levarsi del sole,
quando la luce è ancora prigioniera dell’oscurità ed il giorno non è altro una lacrima sul volto del dubbio.
Berrò goccia a goccia la vita dalle mani del tempo e mi farò schiava di una volontà che non mi appartiene,
chiedendomi il perché di ogni il mio respiro e di ogni mia emozione.
Resterò ferma con il volto rivolto verso il cielo,
cercando una ragione dell’infinito di cui sono parte,
consapevole che vivrò per sempre nella contumacia di una risposta.
Ely Rose

domenica 25 agosto 2013

We we non puoi non essere scikkoso!

Il 22 agosto presso il Teatro dei Barbuti la compagnia le Ombre del Teatro ha messo in scena la commedia We we scikkeria. 

Trama:

Vado a Milano. Cerco lavoro!
Simona, una milanese acquisita, deve partire alla volta della Germania per impegni lavorativi. Prima di partire però, ospita suo cugino e un amico, due salernitani, decisi a emigrare nel capoluogo lombardo per trovare lavoro. Ad attenderli i due coinquilini di Simona. 
Napoletani, simpatici e ...





Risponde alle nostre domande Gianni D'amato, regista ed attore della commedia.



1) We we scikkeria è una commedia davvero interessante: a chi ti sei ispirato per la sua scrittura e come è nato il soggetto?

I miei testi cercano di raccontare, nelle quattro mura che delimitano la scena, l'Italia di oggi. We we scikkeria!!!, è stato scritto tre anni fa, e all'epoca, ben ricorderai quanti casi di xenofobia e razzismo popolavano i nostri quotidiani e tg. Quindi ti dirò: il testo nasce con questi presupposti, l'esigenza di raccontare quanto nel nostro Paese accadeva. Il soggetto nasce per strada e per gioco. Prendendo spunto da gag improvvisate nelle serate passate in compagnia, e soprattutto passeggiando per la città con la mia fedelissima Moleskine, per osservare quanto sia comica e beffarda la realtà. Spesso più delle storie che ci si affanna ad inventare.
2) Attore portentoso e regista molto sapiente, per natura o professione?

Innanzitutto grazie per i complimenti. Il teatro è prima di tutto una passione, poi è divenuta professione e sicuramente le esperienze lavorative hanno contribuito a rendere lo spettacolo piacevole al pubblico, che ci segue sempre numeroso. We we scikkeria vanta quasi mille spettatori in 4 repliche e questo è il frutto del duro lavoro fatto. Mi chiedi se è per natura. Non credo molto nel talento naturale. Nel senso che sicuramente ognuno ha innato del talento, ma il lavoro, i sacrifici e la caparbietà, fanno di un attore talentuoso un bravo attore. Il talento serve per iniziare, poi bisogna darsi da fare.

3) I protagonisti sono due salernitani in cerca di lavoro a Milano e due napoletani gay: come mai li hai concepiti in questo modo?

We we Scikkeria!!! è la commedia della diversità. Ho puntato tutto sulle differenze e sulle distanze che sono presenti tra noi italiani. I personaggi, come hai potuto notare, provengono da svariati punti del bel Paese, per sottolineare quanto in realtà siamo tutti diversi gli uni dagli altri. La scelta della città viene da un'altra verità. Ai tempi della stesura della sceneggiatura, un mio amico varesino mi raccontava di alcuni quartieri nel milanese dove sono praticamente confinati extracomunitari e meridionali. La cosa mi lasciò perplesso e non potei fare a meno che menzionare un'altra verità della nostra "strana" Italia.

4) E' una commedia di impianto maschile, le figure femminili servono a rendere in modo più divertente lo svolgimento dei fatti: questa è una scelta determinata da un motivo in particolare?

Originariamente lo spettacolo avrebbe dovuto presentare soltanto i quattro protagonisti e narrare le loro vicende. Man mano che scrivevo sentivo però la necessità di ampliare il racconto e per farlo mi è servito il contributo di altri personaggi. Di solito non scrivo partendo da una sinossi e un soggetto ben definiti, scrivo di getto, immaginando le situazioni più divertenti. I personaggi sono i giocattoli che la mia fantasia adopera per divertirsi. La speranza è che riesca a divertirsi anche il pubblico.

5) In scena compaiono: Gianni D’Amato, Nicola landi, Giuseppe Squitieri, Mirko Gabola, Chiara D’Amato, Maria Scognamiglio, Giulia Terralavoro, Giovanni D’Amato, Alessandra Barra, Manuela Porcaro, Annabella Marotta, Alfredo Cartone. Come è stato lavorare con loro?

Mi sento in dovere di segnalarti l'errore che hanno fatto anche sui quotidiani locali. Il cast è sbagliato. Il vero cast è il seguente:
Niky: Nicola Landi Gianni: Gianni D'Amato Peppe: Alfredo Cartone Enzo: Mirko Gabola Carla: Maria Scognamiglio Carmelina: Giulia Terralavoro Burbero: Giovanni D'Amato Testimone di Geova: Alessandra Barra Mamma: Manuela Porcaro Cugina: Chiara D'Amato Sara: Annabella Marotta Prete: Massimiliano Palumbo

Lavorare con loro è stata un'esperienza unica. C'è un bel clima in compagnia. Forse questa è la ricetta del successo di We we, ci vogliamo bene e puntiamo tutti insieme al meglio per lo spettacolo. Nel dietro le quinte c'è la tensione giusta e quando un personaggio esce di scena gli altri si complimentano con lui. E' davvero un bel clima, dovrebbe essere così in tutti gli uffici. Tutto sarebbe più semplice.

6) Il salernitano Gianni aiuta il coinquilino napoletano gay Enzo: si traveste da donna per impersonare la sua fidanzata Asia non appena sua madre arriva da Napoli. Asia (ma in realtà Gianni) dice alla madre di Enzo di essere diversa solo perché amante del pudore. A questo punto della commedia vi è una stratificazione di significato: si può essere diversi secondo virtù?
Si è diversi per qualunque cosa. Per virtù, per vizio, per nascita, per l'educazione, per formazione. Il punto è proprio questo. Non esiste qualcuno uguale ad un altro, siamo diversi, ed è proprio questo che ci rende uguali. Uniti nella diversità. We we Scikkeria!!! prova a convincere lo spettatore, a suon di risate e situazioni esilaranti, che la diversità non è un ostacolo, ma un ponte verso l'altro. E' un viaggio da percorrere per conoscere chi abbiamo di fronte, e spesso in questo viaggio siamo in grado di trovare anche noi stessi.

7) "Rilassati" è il "grido" finale della commedia da parte di Gianni: è un modo tipicamente meridionale di porre rimedio ad ogni problema?

Esatto, il senso è proprio quello. E' il classico "tira a campà" che si sente in ogni angolo delle nostre città. E' croce e delizia del meridionale, sembra non importare il problema e voltare l'angolo spesso resta l'unica opportunità, ma riusciamo anche in un certo senso a superare momenti difficili con quest'aria di apparente superficialità. Apparente, perché resta un grido. Il personaggio grida e si accascia al suolo, quasi sconfitto dalle vicissitudini. Il finale è un po' un enigma per molti. Mi è capitato spesso di confrontarmi con qualche spettatore che mi chiedeva il perché di un finale così in sospeso. Il motivo è semplicemente che non c'è finale, né soluzione alla storia. Non c'è, perché non c'è questione da risolvere, semplicemente bisognerebbe prendere coscienza. Un finale dal riso amaro, come del resto lo è troppo spesso la realtà.

8) Giuseppe amico di Gianni si sente un fantasma, perché discriminato in quanto meridionale. "Meglio disoccupato a casa mia" esclama. Ancora oggi esistono discriminazioni fra nord e sud? Non siamo sempre un sud di qualcuno?

Siamo sempre un sud di qualcuno è vero. E' infatti quanto già ho detto in precedenza, siamo -bene o male- diversi tutti tra noi. Altro tema che è quello caro al personaggio Peppe, è la solitudine nella quale verte la maggior parte delle persone che intraprendono un viaggio simile per trovare un "posto" migliore rispetto a quanto la propria città offra. Milano è vista come un mondo distante e nemico agli occhi dell' "emigrante", perché gli italiani ancora emigrano tra le proprie città, come se si varcasse la frontiera. Nell'epoca dell'Europa Unita, ancora non riusciamo ad essere "uno" tra connazionali. La discriminazione territoriale è, come dicevo, uno dei pretesti dai quali sono partito per la stesura della sceneggiatura. Troppe volte siamo stranieri nella città accanto alla nostra.
9) Le risate non mancano sopratutto grazie alle movenze di Niki (Nicola Landi) che alla fine si rivela la chiave di volta per il finale. In base a cosa hai strutturato il personaggio?
Niki è la vera anima dello spettacolo. E' sua la frase che da il titolo alla rappresentazione e il suo muoversi nel tempo scenico, rispecchia in pieno l'andatura della linea emozionale della commedia.

Un plauso va fatto a Nicola che egregiamente assolve al compito assegnatogli, e con lui tutti gli straordinari interpreti che si sono prestati anche a pochi secondi di scena, e non solo. Partecipano tutti a tutte le fasi dello spettacolo, dal caricare il camion per le scenografie, alla pubblicità su facebook, youtube e twitter. Il progetto Le Ombre cerca di farsi strada e se ci sta riuscendo è soprattutto grazie all'apporto delle eccezionali persone che mi circondano.
10) Mi dicono che
"La luce cade sugli oggetti, sugli attori e li illumina. Ma ciò che la luce crea è l'ombra. Siamo tutto ciò che resta dietro, tutto ciò che non è in luce, ma è scaturito dalla luce."

mercoledì 21 agosto 2013

Alla scoperta del tè cinese ...

L’imperatore Shénnóng (神農) durante i rituali e le preghiere era solito bere acqua sorgiva scaldata a fuoco vivo. Un giorno in quella tazza di acqua caddero delle foglie di Camelia, dando immediatamente all'acqua un sapore unico, seducente. 
Forse così nacque il tè in Cina e al di là dei racconti leggendari è seriamente difficile risalire con certezza all'epoca storica in cui il tè è diventato una bevanda con un suo status culturale.

"Nelle redazioni più antiche (III secolo d.C.) dello Shénnóng běncǎo jīng (神農本草經), trattato di medicina e di classificazione delle erbe attribuito al mitico Shénnóng, non compare alcun riferimento al tè, ma la prima classificazione del tè in questa opera compare solo nella redazione del VII secolo. Un riferimento al tè potrebbe comparire nella ode, tra le altre, n.35 dello Shī jīng (詩經),opera la cui redazione è iniziata presumibilmente prima del X secolo a.C. e la cui sistematizzazione è attribuita a Confucio (VI secolo a.C.). Tuttavia è molto probabile che il carattere che vi compare, 荼 (tú) indichi una pianta differente dal tè, il sonchus oleraceus. Infatti l' Ěryǎ(爾雅,Dizionario letterario) opera risalente per alcune parti al III secolo a.C.offre come definizione di 荼 (pinyin tú) il termine 苦菜(pinyin kǔcài, erba amara), che corrisponde proprio al sonchus oleraceus, erbatutt'oggi utilizzata nella cucina cinese. Lo stesso Ěryǎ descrive il carattere 檟(pinyin: jiǎ) con il carattere 荼 (pinyin tú)qualificandolo come amaro. Guō Pú (郭璞, 276-324) nel suo "Commento all' Ěryǎ" (爾雅注, Ěryǎ zhù) spiega che 檟(pinyin: jiǎ) è una pianta da cui si ricava un infuso: le prime foglie sono chuăn quelle più tardive sono tú, in questo caso, invece, l'autore potrebbe riferirsi proprio alla piante del tè.Nel Sānguó Zhì (三國志, III secolo) compilato da Chén Shòu (陳壽, 233-297) viene riportato che Sūn Haò (孫皓,regno: 264-280) l'ultimo imperatore del Regno di Wú (吳)nel corso di un banchetto fece segretamente servire del chuăn al posto del vino di cereali al grande precettore Wéi Yào (韋曜). Nel Guǎngyǎ ( 廣雅/广雅) redatto da Zhāng Yī (張揖,?-227/232) viene riportato che nel Sichuan e nello Hubei le foglie di tè dopo essere state raccolte venivano pressate in tavolette e quindi arrostite fino a prendere un colore argilloso, infine sminuzzate per le infusioni o i decotti in cui venivano aggiunte cipolla, zenzero e scorza di mandarino."

Anticamente, il tè veniva preparato per ebollizione, ed il primo a portare nota di questa tecnica è stato il grandissimo Lu Yu, un`eremita Cinese che viveva sui monti esclusivamente per il piacere del culto sul tè, e autore non solo di poesie e commedie ma anche del testo più importante sulla cultura del tè di tutti i tempi: Cha Ching (Il canone del tè).

Ma oggi è possibile fare un buon tè cinese a casa propria?





Mi dicono che ...
« Le circostanze nelle quali si beve hanno motivi profondi! Per placare la sete si beve acqua, per dare conforto alla melanconia si beve vino, per scacciare il torpore e la sonnolenza si beve tè. »

Lù Yǔ, Chájīng, cap. VI



sabato 20 luglio 2013

Il folle viaggio di Cosimo Raviello

Domenica 14 luglio presso l’Eco Bistrot, pub-ristorante situato in via Lungomare Colombo 23-25 (Pastena) Salerno, è stato presentato dall’autore Cosimo Raviello, il libro appena pubblicato Il folle viaggio di Tobia.

Come di consueto l’autore verrà stimolato dalle nostre domande.

   Chi è Cosimo Raviello? 

Un giovane nato nell'anno che dà il titolo a uno dei più famosi libri di George Orwell, che ha l'utopica ambizione di poter vivere un giorno dei suoi testi, in un paese in cui tutti scrivono e quasi nessuno legge.
  Il protagonista è Tobia: un inetto moderno?

Decisamente si. L'inettitudine di Tobia si può riscontrare in tutto ciò che fa. Nel suo rapporto con l'amore, con la vita, con le responsabilità e anche nel modo ossessivo col quale affronta  quesiti di cui ha ignorato l'esistenza fino a poco prima.

 A tuo avviso l’atteggiamento pseudo-filosofico del protagonista presuppone una predisposizione?

Se vogliamo parlare di predisposizione verso questo atteggiamento, suppongo, anzi spero, che chiunque (chi più chi meno) abbia tale predisposizione. Ma se una cosa è proprietà di tutti, in realtà non appartiene a nessuno. Di conseguenza la risposta alla tua domanda è: “NO”. Ribadisco però che la mia è solo una speranza.

Tobia usa diversi modi per rincorrere la sua ossessione: la lettura di Chris Miller (autore di fantasia). Quanto la sua ossessione lo determina?

Tantissimo, se non del tutto. Senza quell'ossessione non sarebbe mai giunto al termine del suo folle viaggio.

Il sottotitolo del romanzo è Ricorrendo pensieri nei labirinti della mente, che riassume bene lo scopo per cui è stato scritto. È possibile salvarsi dai labirinti della mente?

Uno dei modi per salvarsi e non entrarci. Poche sono le persone che possono addentrarsi, per poi uscirne senza perdersi. Solitamente ciò accade alle persone poco profonde. Per gli altri è difficile trovare un “filo di Arianna” che possa condurti all'uscita. Non a caso ho sempre considerato la mente la peggiore delle prigioni.

   Zeno Cosini e Vitangelo Moscarda si intravedono nella personalità di Tobia. Per uno scrittore quanto è difficile essere originale?

Come nella musica e in molte altre forme d'arte, più si va avanti negli anni più diventa difficile essere originali. Questo perché aumentando il numero delle opere, aumenta la possibilità che ciò che vuoi fare tu oggi, sia già stato pensato da altri in passato.
Nel caso specifico del protagonista del mio libro,  la sua figura è molto complicata. L'inettitudine del personaggio sveviano e alcune sfumature del caro Gengè (come ad esempio il sottile maschilismo), sono solo una minima percentuale dei moltissimi aspetti del carattere di Tobia, quindi in quanto a originalità penso di avere la coscienza a posto. Stesso discorso si può fare per quanto concerne il libro in generale. Non penso esista un'opera che tratti tutti questi temi esistenziali in un solo testo, per giunta in maniera  ironica. Nel caso mi sbagli, ditemelo subito che, proprio come Tobia, devo trovare un modo per impossessarmene.


 L’amore, l’amicizia sono alcuni degli argomenti su cui si interroga il protagonista, che ha una vita agiata da studente fuori sede mantenuto dai genitori. Supponiamo che Tobia invece sia uno studente fuori sede che deve pagarsi l’università, in che modo avrebbe rincorso i suoi pensieri?

Avrebbe sicuramente avuto meno tempo, perché molti dei quesiti nascono dal fatto che non ha altro di “meglio” a cui pensare. Quindi, calcolando il carattere del protagonista, si sarebbe fermato al primo libro, senza nemmeno terminare la lettura o forse non l'avrebbe proprio acquistato.

Come è nato il romanzo?

Come già detto in un'alta intervista, fin da piccolo ero solito appuntare i quesiti esistenziali che mi ponevo nel corso della mia vita e le soluzioni che provavo a darmi. Poi, in un momento di sana e (stra)ordinaria follia, ho deciso di farne un libro.

Chi dovrebbe leggere il tuo libro e perché?

Considerato che il libro ha due aspetti, esso è pensato principalmente per due tipi di persone: quelle che amano i testi introspettivi e si soffermano molto a porsi domande e quelli invece che han voglia semplicemente di farsi due risate. In queste due categorie rientrano la maggior parte delle persone.
E' un modo per dire che DOVREBBERO leggerlo tutti. Scherzo.



Mi dicono che …
"è più complicato essere semplici che essere semplicemente complicati"
Cosimo Raviello

mercoledì 17 luglio 2013

Il sacrificio: il Sonno

-Buongiorno.- dice lui, dopo parecchi giorni di continue desiderate violenze.
Quella unica parola mi stronca. È la prima volta che udivo il suono della Sua voce, memore del dialogo-monologo avuto con Lui la notte prima. La Sua voce mi rinfresca l’anima in maniera a me sconosciuta.
Lui apre lo sportello metallico e punta su di me quegli occhi color smeraldo. Posso vedere il Suo volto ora. È stranamente bello. I tratti sono marcati, compresi gli zigomi e la mascella. Ha i capelli corti e neri come la notte. Il volto è incorniciato da una barba leggermente incolta e le labbra non sono sottili ma nemmeno carnose.
-Chi sei?- chiedo.
-Non ti interessa.-
-Cosa vuoi da me?-
-Tutto.-
Silenzio. Non rispondo. Da una parte temo ciò che vuole fare, dall’altra non vedo l’ora che agisca.
Lui deve aver percepito la scissione della mia mente.
-E tu? Cosa vuoi da me?-
-Liberami.- dico con voce bassa e poco convinta, tentando di ostacolare il mio cervello.
-Io voglio te. Ti ho ammirata per tanto…tanto tempo. Eri lontana come una stella lo è per una formica. Vederti ridere, camminare, arrabbiarti, farti la doccia, addirittura. Tutto di te mi rendeva felice. Ti ho desiderata, come faccio tutt’ora.-
Attraverso lo sportello, mi sfiora i capelli con una mano. Io resto immobile, scossa dai fremiti di un corpo traditore. Afferro la Sua mano e la scaccio via, in un misto tra umiliazione e pentimento.
-Questa è la chiave per andartene.- dice, alquanto contrariato, porgendomi una grossa chiave di bronzo. –Io voglio tutto di te, anche la tua anima. Non voglio continuare ad  accontentarmi di un corpo freddo come uno sciacallo di una carogna. Non sono pazzo.- dette queste ultime parole con strana enfasi, si congeda e richiude lo sportello.
Sono davanti ad una scelta che agli occhi dei più sarebbe ovvia, ma non lo è (ancora quel Dio incerto sta giocando con me) ai miei. Rigiro tra le dita la chiave della mia libertà, pensando a cosa fare.
E i giorni sono scorsi umidi in questa gabbia di legno rancido e puzzolente.
Le lacrime hanno scavato solchi sulla pelle, come tatuaggi-ricordo di dolori che hanno inciso sulla pelle una triste canzone.
L’angolo dove faccio i miei bisogni puzza. Mi impregna le narici con la mia stessa orina.
Sono appoggiata di spalle alla porta, e, come al cinema, mi sento spettatrice in terza persona di quello che si può chiamare incubo.
Più di venti volte è sorto il sole in questa prigionia, ed io inizio, in questo oblio, a perdere memoria della mia vita precedente. Ho perso l’immagine della mia famiglia, dei miei amici, di tutto.
Ho perso le certezze che facevano di me un essere umano, che mi sono cadute dalla mente come stanche foglie in autunno.
Lui è la mia unica certezza.
Lui c’è. Mi nutre. Mi sente. Mi osserva.
Cosa troverò la fuori?
È tutto come ricordo?
Come posso io rifiutare ciò che Lui ha fatto per me?
Come posso io rifiutare Lui?
Guardo di nuovo la chiave di bronzo, che ho lasciato sul comodino dal giorno in cui me l’ha consegnata.
Quel pezzo di ferro mi ha posto davanti ad un bivio cruciale.
Dopo troppi respiri per esseri contati, prendo la chiave e apro la porta.
Poggio la chiave per terra, richiudendomi poi dentro.
Mi siedo per terra sotto la finestra.
Penso.
L’uomo è così debole che tanto gli basta per essere demolito?
Cosa sono allora le nostre certezze se non castelli di carte che cadono al primo soffio di vento?
Quale scopo hanno i ricordi se non sono al sicuro nemmeno nella nostra mente?
È essa così debole che basta il buio ad offuscarla?
Queste domande strillano ora tra le mie tempie.
Tempie…Il tempio del corpo umano. Il centro del sapere universale. Una biblioteca non così sicura, dopotutto.
Siamo solo spighe di grano che si muovono seguendo il vento, schiave di un cuore fraudolento, di un corpo traditore e di una mente perversa.
E noi? Seguendo questa triade che si alterna nelle nostre vite, ci muoviamo come automi, perché non possiamo ordinare nemmeno il nostro cervello.
Chissà come è l’aria fuori, ora?
Al momento c’è una luce abbagliante, diffusa da un sole caldo e troppo distante. Chissà dove è finito il tempo che ho perso prigioniera. Chissà se lo ritroverò, ma, si sa, il tempo non torna mai sui suoi passi.
Noi non possiamo rifare le nostre scelte consapevoli delle conseguenze.
Non possiamo fare altro che rinascere da ogni pozzo in cui cadiamo (sperando di rinascere), a volte più forti, ed altre più deboli. Ma l’importante è rinascere, non lasciarsi morire in questo pendolo che oscilla tra due poli ingiusti.
E in mezzo a tutto questo c’è l’Amore che addolcisce questa pillola che è la vita.
Io non so come è fatto, ne cosa prova. Non ho provato il respiro che manca per un bacio, ne il petto che esplode per un tocco.
Ho sentito però l’anima ardere per una parola.
La Sua.
La libertà non esiste. Siamo noi a costruircela. C’è un “libero arbitrio” che non viene da lassù, ma è nato con l’uomo. È nato senza leggi. Oggi non può e non deve esistere.
Eppure nella vita della gente comune, esiste ancora uno sprazzo del “libero arbitrio” primordiale.
Lo vediamo nello scegliere cosa indossare, cosa mangiare, cosa ascoltare.
Non si può demolire la libertà che qualcun altro ha costruito, ma si può demolire la propria come si cancella un disegno fatto con la matita.
Chi la demolisce per guadagnarsi da vivere.
Chi la demolisce per sentirsi al sicuro.
Ecco, in un certo senso io appartengo all’ultima categoria.
Demolisco la mia perché Lui mi fa sentire sicura.
Ma il fine ultimo non è la mia conservazione.
È qualcosa di più, o forse un po’ di meno, a seconda dei punti di vista.
Il mio fine ultimo è qualcosa che mi appare come Amore.

Giuseppe de Santis 








 Mi dicono che
Le paure esistono per essere sopportate. Nessun uomo è coraggioso, se non sa avere paura.
Anthony Clifford GraylingIl significato delle cose, 2006

lunedì 8 luglio 2013

Sacrificio: Albe Forzate

Una lama di luce infrange la mia palpebra; mi sveglio anelando che gli ultimi ricordi fossero solo incubi di una mente contorta. Appena ripresa coscienza del mondo, capisco che tutto era reale, che la morte di cui mi sono ammalata, continua ad infettarmi e sento che la ferita dell’anima sta andando in suppurazione. Guardo la stanza con occhi diversi alla luce, che mi ha tolto quella fredda coperta sotto cui ho dormito. Le pareti sono intervallate da cornici vuote e spezzate o da quadri strappati e sporchi. I soggetti dei pochi quadri visibili sono tutti femminili…e sofferenti. C’è n’è uno dove si vede una ragazza in una vasca piena di sangue, con gli occhi puntati verso l’osservatore. Occhi spenti e spogliati di ogni primordiale umanità. Trovavo in quegli occhi un po’ dei miei, ma speravo di non trovare nient’altro di me in quel quadro come negli altri.Il sangue mi si gela nelle vene. Più importante, noto dei graffi sulle pareti.
D’istinto mi guardo le unghie e noto che sono tutte spezzate e coperte di sangue raggrumato. Ho camminato e graffiato le pareti nel sonno. Scopro che in realtà quelle sono scritte, probabilmente parole senza senso uscite dai fumi della mia incoscienza.
“Salvami”,diceva una. “Tienimi con te”, diceva un’altra. “Aiutami”, un’altra ancora.
I ricordi inconsci mi investono con vigore sovrumano. Un pugno di parole che mi fa arrossire gli occhi. Sono sull’orlo delle lacrime ma mi aggrappo ed evito di cadere. Mi appoggio di schiena al muro e scivolo giù in preda ai singhiozzi, che riescono alla fine a sopraffarmi. E il sole si trascina dietro tanti respiri, finché lo stesso sole non va a riposare dietro gli alberi, che lo accolgono come in un bacio. Di nuovo i Suoi passi.
Mi asciugo gli occhi e a carponi mi porto davanti alla porta. 


La mia voce è piena ora.
-Ti prego, non farmi del male! Lasciami andare!- imploro.
Sento la serratura scattare. La porta si apre e Lui mi si para davanti.
Non è esile e magro come pensavo. I muscoli sono definiti e le gambe sono lunghe e tornite, come colonne tortili che sorreggono un tempio.
Si siede a gambe incrociate davanti a me.
Io parlo, imploro, supplico, mi umilio. Ma Lui è impassibile e mi guarda con lo sguardo aquilino di un cacciatore. All’improvviso mi si butta addosso e finisce a cavalcioni sopra di me. Mi bacia con violenza. Sento la barba che mi graffia le labbra. Mi tiene a terra bloccandomi i polsi. Poi si lascia andare sopra di me, paralizzandomi col suo peso. Mi accarezza e continua a baciarmi. Il collo, le guance e le labbra. Io non riesco ad urlare, non riesco a piangere, il corpo non reagisce ai miei comandi. Sento il bacino che lo asseconda ondeggiando contro di lui. Con rudezza mi sfila di dosso la camicia e il reggiseno, lasciandomi a seni scoperti. Inizia a baciarli ed io sono lì, ferma come una bambola. Come un manichino. Come un cadavere.Si toglie anche Lui la maglia rimanendo a torso nudo. Lui continua a baciarmi, a leccarmi, portandomi continuamente sul limite. Mi sentivo come una nave in balia di onde irregolari, salendo e scendendo. Infine mi denuda completamente, facendo scendere le mani verso il mio sesso.Mi profana con le dita, con vigore inaudito e facendomi male. Alla fine si toglie i calzoni e, con forza, fa il Suo ingresso. Io mi aggrappo alle Sue spalle larghe, contraendomi per il dolore. Lui emette un gemito, poi, regolarmente, inizia a muoversi in me. I suoi respiri sono pesanti e profondi. Sento il Suo piacere e la mia pelle non può fare a meno di urlare del proprio. Lo sento fondersi in me, e non solo fisicamente. Sento i Suoi battiti, poggiando la testa sul largo petto, confondersi con i miei. Sento il suo odore acre che mi entra nelle narici. Mi prende le natiche e mi spinge ancora di più verso di lui. Mi morde la spalla, mi lascia senza fiato.
Alla fine dopo essersi preso, ed avermi dato, tutto ciò che poteva, mi abbandona, ancora nuda. Si riveste e esce dalla porta.
Quella non sarebbe stata la sua ultima possessione. Mi avrebbe posseduto ancora e ancora, lo sapevo.
Lo speravo.

  Racconto di Giuseppe De Santis









Mi dicono che
"Chi è nell'errore compensa con la violenza ciò che gli manca in verità e forza".
Johann Wolfgang GoetheTorquato Tasso, 1790

venerdì 28 giugno 2013

Il sacrificio

I. Il Risveglio

C’è uno strano odore di morte che incornicia la stanza, a sua volta cornice di un incubo strano. Mi sveglio tra dolori e sento le tempie pulsarmi di fuoco.C’è rumore bianco che mi assale le orecchie, poi sostituito dal silenzio. Non so dove sono, né come sono arrivata qui. Mi sento come una straniera in quest’altro mondo, così diverso da quello che conosco.
I lividi sulle mie bracciate testimoniano la mia resistenza.
La stanza è spoglia,vestita di un flebile velo d’ombra, che ricopre anche me. Fa freddo; un freddo secco che mi divora le ossa. Ho addosso solo una camicia da notte.
È rotta e odora di sangue.
È il mio sangue?
Sono ferita?
Dove?
Come?
Mi tasto il corpo in cerca di ferite. Ho dei graffi sulle braccia, ma la puzza di sangue non viene dal mio corpo.
Intorno a me c’è uno strato viscido che copre il pavimento di legno. C’era davvero statala morte qui dentro.
Gli occhi tentano di inumidirsi di lacrime, invano, e si limitano a bruciare di angoscia.Provo a piangere, ma i singhiozzi muoiono in gola.
Non voglio fare la loro stessa fine.
Devo alzarmi.
Ci provo, ma i piedi urlano il loro, ed il mio, dolore.
Mi limito a strisciare verso la finestra, da cui passa la luce della luna, che mi guarda statuaria e gelida, incurante di me. Fuori dalla finestra vedo un bosco fitto e silenzioso, dove nulla si muove tranne l’aria spinta dal vento stesso.
Mi aggrappo ad un comodino e riesco a mettermi in piedi. Mi muovo a tentoni strisciando contro il muro.
Lo stesso assurdo silenzio mi spinge ad una domanda: sono sola?
Mi muovo nella stanza come un animale in gabbia in preda all’ansia. Cerco delle persone. Se vi era sangue poteva esserci qualcuno, anche se ferito.
Il tempo non passa, sembra congelato, beffandosi di me e lasciandomi in questa penombra,facendomi perdere memoria di esso.
Nessuno c’è oltre a me in questa stanza.
Trovo, in un bivio tra fortuna e sfortuna, la porta.
È anch’essa di legno,come il pavimento e le pareti disadorne. Legno viscido e putrefatto.
La maniglia è screpolata,forse per la ruggine.
Giro la maniglia, Dio (se qui dentro c’è) solo sa con quale forza. La porta è chiusa.
Emetto dei gemiti che il mio cervello aveva forse generato per essere urla.
Sbatto le mani sulla porta, gemendo e, sia quel Dio ringraziato, finalmente piangendo.
Non sento nulla, nemmeno le mie gambe, che alla fine cedono facendomi rovinare a terra.
Continuo, seduta, a battere sulla porta tutte le mie lacrime e le mie angosce. Unico pubblico di questa umiliazione è un assordante silenzio che solo applaude cattivo.
Dopo centinaia di respiri,che sostituivano i secondi nel contare il tempo in questa prigione,sento dei passi.
Passi pesanti, lenti e ritmici. Passi che suonano come quelli di un uomo.
Riesco a biascicare un“aiuto”.
I passi si bloccano davanti alla porta. Sento che poggia la Sua mano sulla porta. Sento i Suoi respiri e mi ci aggrappo come unica sicurezza di non essere sola. D’istinto porto la mia mano nel punto in cui doveva trovarsi la Sua, cercando il Suo calore.
-Aiuto…- sussurro ancora.
Non mi risponde.
Poi un rumore metallico.
Nella porta vi è uno sportello che non avevo notato. Lui lo apre e mi passa del cibo. Al tatto sembra pane e del formaggio. Affianco c’è una bottiglia di plastica, probabilmente piena d’acqua.
Afferro d’istinto la Sua mano. È grande e forte. È callosa ma non anziana, con una peluria che ricopre il polso.
-Aiutami…- supplico.
Lui, però, sfila via la mano e richiude lo sportello. Cerco subito il buco della serratura e trovatolo cerco di sbirciarci dentro.
Vedo solo una sagoma d’ombra. Alta, slanciata ma non esile.
È appoggiata con le mani sulla finestra, posta a destra della porta. La stanza è evidentemente l’ultima di un corridoio. La sagoma ha le braccia tese e ampie; la testa bassa in maniera pensosa e le spalle intensione.
Poi Si gira verso la porta, e la luce della luna illumina il suo occhio sinistro. È un occhio pulito e non complice. È di un verde che ricorda le acque cristalline del mare. Il cervello è in lotta col cuore, e i suoi occhi sono un perfetto campo di battaglia. Si sa che quando cuore e cervello si scontrano, nessuno dei due vince, lasciandoci inerti alla vita, che fredda ci scorre accanto, sopra o sotto, come un flusso incontrollato di pensieri e parole. In quella figura mesta, terribile e stupenda, la battaglia si consuma, senza vincitori né vinti, senza né guerra né pace, perché cuore e mente non possono fare altro che annullarsi, essendo ognuno indispensabile all’altro.
Il cuore ha bisogno della mente, per non volare troppo alto, dove l’aria è rarefatta e può ucciderlo. La mente quindi tiene il cuore ancorato ad un guinzaglio di nervi e sinapsi, e questo, come un aquilone, si affida alla bora dell’amore, allo zefiro della tristezza, al maestrale dell’agonia.
La mente, d’altro canto,necessita del cuore per non appassire sotto una campana più dura del vetro. La mente si chiuderebbe in se stessa, buttando la chiave tanto lontana da non poter più essere recuperata.
Mi sveglio da quei pensieri inadeguatamente sorgenti. Lui indugia qualche altro respiro davanti alla porta, poi svanisce dal campo visivo, lasciandomi da sola insieme al buio, che non è la più confortevole delle compagni e anzi, è di tutti, l’amico più falso, perché dietro alla protezione che ti promette, lui ti giudica attraverso il tuo cervello. Continuo a tendere l’orecchio nella speranza di qualche rumore che indichi il suo ritorno, ma resto delusa.
La mia cella è più fredda e buia adesso, come quando, dopo aver visto il sole, non può più bastarti l’oscurità della notte. Afferro il pane e il formaggio, che erano caduti a terra quando Lui aveva sfilato la mano per sottrarsi alla mia. Li mangio con poca voglia. Lo stomaco è chiuso dall’angoscia.
Ricomincio a piangere.
Stavolta il corpo ed il cervello si sono coordinati bene, perché riesco ad urlare, riesco a piangere fiumi di lacrime, riesco a sentirmi di nuovo un essere umano. E le lacrime scorrono e scorrono. Una via libera sul mio essere, che si contorce sotto i fasci di luna che, come ladri, soli riescono ad intrufolarsi nella finestra, perforando con le loro la medi luce il velo d’ombra che mi aveva avvolto, come un bozzolo. E ora sulla pelle non c’è più spazio per loro, ma solo per i lividi che bastarde mi lasciano. Non si possono vedere questi lividi. Sono troppo sottopelle, ma io li sento, forti, e si svegliano ad ogni ghirigoro che le lacrime tracciano, come se loro fossero  l'artista e il mio viso solo una tela bianca e nuda.
Provo a colpire la finestra, ma il vetro è molto resistente.
Alla fine mi arrendo all’evidenza di una prigionia indissolubile, da cui solo Lui, se vorrà, mi salverà. Per ora, la mente soffia sugli occhi per spegnerli e mi spengo in un lungo sonno senza sogni.

Giuseppe De Santis

 Mi dicono che
"Chi è nato con un talento, e per esplicare un talento, ritrova in esso la sua più bella esistenza".
Johann Wolfgang GoetheLa missione teatrale di Wilhelm Meister, 1777/85

giovedì 27 giugno 2013

Avanziamo Avanzando negli Avanzi

 Domenica 23 giugno presso la caffetteria-pub-ristorante Eco Bistrot è stato presentato il libro Avanzi  di Pippo Zarrella. Alla presentazione sono intervenuti, oltre l'autore anche 
Gianluca De Martino - Coordinatore delle Rete dei Giovani di tutte le età per Salerno
Valentina Spacagna - Critica letteraria di Mi dicono che
 Gianni D'amato, Vincenzo Triggiano e Anna Rapoli - lettori dei brani
  
    1) Chi è Pippo Zarrella?
Come chi è Pippo Zarrella? Sono io. Piacere. Sono un bipede appartenente alla razza degli umani (brutta cosa) che è ingabbiato in uno zoo da qualche anno. Sono amico per la pelle (o di squame) di  Flipper, un simpatico pesce rosso,  correttore di bozze e coautore non solo del libro AVANZI: storie straordinarie di ordinario disagio, ma  di tutti i racconti e le storie che vengono scritte e raccontate da me.



      2)  Come è nata l'idea di creare questo libro di racconti?

Volevo cristallizzare le vite di persone vive immerse nei disagi più eterogeni che vivono ai margini. Storie di persone spesso viste, ma non osservate, storie sentite ma non ascoltate.



3) I tuoi racconti parlano di un certo tipo di umanità: credi che ogni uomo sia sempre o in qualche modo un avanzo?

In ogni uomo c’è un disagio che varia da persona a persona. Dove c’è disagio c’è un avanzo. Ti rispondo con un sillogismo. Il disagio genera avanzi. Tutti (nei modi più diversi) sono portatori di  un disagio. Tutti sono avanzi. È solo che alcuni sono più avanzi di altri…


4) L'ambientazione dei tuoi racconti prevede "un dentro" e "un fuori", come la spiegheresti a chi non ha letto il tuo libro? 

I protagonisti sono esposti ad impulsi interni e sollecitazioni esterne. Quando metto sul binario del racconto questi due elementi, questi cominciano ad intrecciarsi da soli, senza che io possa farci nulla.

5)  Zarrella e il mondo femminile: che tipo di rapporto intercorre tra i due?

Tutti hanno una parte maschile e una femminile a prescindere dal sesso. La coesione in ognuno di noi di questa duplice “sessualità emozionale” ci riconduce al fatto che non esiste alcuna differenza tra uomo e donna: siamo semplicemente persone.



6) Il libro ha al suo interno dei disegni che racchiudono gli elementi fondamentali dei racconti. Perché questa scelta "scenica"?

I disegni sono il punto di partenza per la stesura dei racconti. Nasce prima il disegno, l’acquarello delle scene, e poi  comincio a scrivere. Mi sembrava opportuno coinvolgere il lettore in questa policromia relativa alla nascita delle storie.
    
    7) Parliamo dei personaggi: quale è stato il personaggio più difficile da raccontare? quale è il personaggio che ti rappresenta di più?
Non vivendo sulla mia pelle il disagio di tutti in prima persona, il racconto degli avanzi ha presentato delle difficoltà durante la stesura. Per me  è stato sicuramente difficile narrare la figura di Alfonsina la gattara e quella dell’immigrato lavavetri protagonista di  Verde Giallo e Rosso. La prima difficoltà è quella di esporre in prima persona una violenza sessuale con gli occhi di una donna, l’altra  è quella di raccontare la condizione di clandestino (che letteralmente significa colui che si nasconde di giorno), una condizione difficilissima da capire. Lo stato di paura e  d’ansia quotidiano con l’aggiunta della lontananza degli affetti familiari è un mix di difficile narrazione. Invece, il personaggio che mi rappresenta maggiormente è il protagonista di Tra poco pioverà, il sentirsi perenne un pinguino, avere le ali e non poter volare sebbene si ha la volontà e le ali per farlo.


8)  Per essere definiti scrittori, quali pasti bisogna consumare sul tavolo imbandito della sapienza?

Scendere in strada e conoscere le persone. Ascoltare quello che hanno da dire. Ma penso che aldilà del bagaglio culturale, la cosa importante è che chi scrive o chi fa arte in generale deve avere   qualcosa da dire. Con la penna, il pennello o la musica non ha importanza, non c’è differenza. Io sono stonato come una campana, quindi…      

     9) Come guardi il mondo, come il celerino attraverso i denti della sua forchetta?

Guardo il mondo come il celerino attraverso i denti della sua forchetta, come il pinguino che non può volare, come un clandestino nel suo paese, il mio, come un parcheggiatore abusivo che non ha la coscienza sporca, come una bimba che vede la terra sgretolarsi e resta imprigionata sotto le macerie di questo mondo di merda.
     
    10)   Mi dicono che ...

... parole e idee possono cambiare il mondo. Io non lo so, lo dicono in giro. Però ci ho provato. Quindi mi dicono che le cose si possono cambiare, con le parole, con le idee. O almeno credo. 


Mi dicono che ...
"Un dio è l'uomo quando sogna, un mendicante quando riflette".
Friedrich HölderlinIperione, 1797/99