domenica 23 febbraio 2014

III giornata della bellezza sostenibile


Bellezza, una parola densa di significati a cui ognuno cerca di dare una vera e propria definizione.
Luciana Littizzetto per esempio a Sanremo la pensa in questo modo


Ma l'azienda Davines propone ogni anno la campagna Bellezza sostenibile e quest'anno il 3 marzo 2014 ci sarà la terza giornata. Lunedì potrete recarvi nei saloni di bellezza (che troverete qui) e potrete ricevere un taglio e una piega con un contributo volontario. I soldi raccolti saranno devoluti a Riserva Sakalalina in Madagascar, un progetto di riforestazione per il miglioramento e uno sviluppo sostenibile.




Ma l'azienda Davines vuole una partecipazione ulteriore per sensibilizzare ulteriormente i suoi consumatori e non, e bandisce un contest Bellezza sostenibile.
Secondo il regolamento dal 10 febbraio 2014 fino al 10 marzo 2014 chiunque può inviare uno scatto fotografico sul proprio profilo Instagram e Twitter con l’apposito hashtag #bellezzasostenibile con eventuale mention al profilo @davinesitalia, oppure tramite Whatsapp al numero 349.1984677.
Che cosa si vince?
Il vincitore riceverà prodotti tricologici con formato rivendita delle linee Davines Authentic Formulas 
(nettare lavante, balsamo idratante, burro restituivo e olio nutriente) del valore totale di 238,80€.

Ma che cosa è  la Bellezza sostenibile?
Forse la bellezza sostenibile è ...

Mi dicono che
La natura non ha alcun bisogno di un padrone che la diriga; da sola mantiene il suo perenne movimento e la sua attività. E se questo padrone esistesse veramente, cosa meriterebbe, oltre a disprezzo e a oltraggio, per aver creato un universo colmo di tante imperfezioni? 
Donatien Alphonse François de Sade, Justine o le disavventure della virtù, 1791




mercoledì 19 febbraio 2014

Come gestire i propri acquisti

Mi dicono che
La crisi può essere una vera benedizione per ogni persona e per ogni nazione, perché è proprio la crisi a portare progresso. La creatività nasce dall'angoscia, come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che nasce l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie.Albert EinsteinCome io vedo il mondo, 1934


Ci sono numerosi siti "anti-crisi" che danno numerosi consigli su come gestire al meglio i propri soldi e sopratutto come poter risparmiare e mettere da parte quel gruzzoletto "salva sogni" (sí gran parte dei propri sogni  o un piccolo lusso, che ormai è diventato quasi necessario, si conquistano attraverso i soldi come per esempio la casa, un auto, o cose piú semplici come un pc o la manicure), basti pensare a Groupon o alla trasmissione Pazzi per la spesa su Real time, in cui le donne americane come delle invasate cercano coupon o dei buoni per la spesa, con liste dettagliate e con tecniche matematiche particolari per risparmiare e per accumulare in dispensa tutto ció che è cumulabile.
Queste sono le immagini più frequenti per girano sul web per i siti di venditori on line.



Ma tutto sommato dove è il problema?

Non è grave risparmiare anzi è diventata una vera e propria necessitá che le famiglie italiane devono portare avanti.

Come farlo? Che cosa è necessario sapere?
Non tutti possiedono una laurea o master in economia ma c'è un sapere antico, quasi magico, quello delle famiglie con un solo stipendio certo. A quel sapere puntiamo, quel sapere auspichiamo di raccontarvi, nel modo piú semplice possibile. Ragioneremo ad alta voce insieme a coloro che ci testimoniano le loro difficoltá e collaboreremo con altri siti su questo argomento, per diffondere quanto piú possibile la conoscenza di questa realtá.

Scrivete a 
mi.dicono.che@gmail.com
e inviate tutti i vostri contributi per poter capire insieme come gestire i nostri risparmi, cosa comprare e non.

Mi dicono che
Tutto il processo economico è quindi un problema di scelte: scelte da parte dei consumatori e scelte da parte dei produttori. In ultima analisi le scelte si impongono perché le risorse sono limitate rispetto ai desideri
Carlo Maria Cipolla (1922-2000)


martedì 11 febbraio 2014

Il "diventa te stesso" secondo Laing

Nel suo libro più controverso, La politica dell’esperienza, Laing annuncia solennemente che “il terribile è già accaduto”, spiegando come tutto quello che c’è di orribile  nella psichiatria non è altro che il riflesso dello stato di alienazione in cui versano le nostre vite: “questa convinzione di base ci impedisce di accettare qualsiasi univoca concezione di una sanità del senso comune o di una pazzia del cosiddetto pazzo”. Infatti, la tendenza scientifica a considerare delle persone come automi privi di volontà da manipolare a piacimento è il corrispettivo di ciò che la società attuale ci impone di essere, degli uomini che abdicano alle loro autentiche possibilità per conformarsi allo spirito delle formiche. Come biasimare, dato questo agghiacciante scenario, il folle che grida al mondo la sua disperazione? E come perdonare ai più cinici e fortunati il loro infelice (e vano) conformismo? “Al lume dell’esiliata verità” fare scienza e fare politica appaiono dunque la stessa cosa: secondo Laing chiedere, anzi pretendere di poter studiare liberamente qualsiasi fenomeno umano, lottare per rendergli il suo valore e insistere per donargli il suo autentico significato, sono insieme un irrinunciabile presupposto metodologico, un principio etico e un atto rivoluzionario: il suo modesto contributo per una società migliore è quello di denunciare attraverso la sua attività questa situazione e di provare nel suo piccolo a modificarla: si tratta in fin dei conti di una posizione che si potrebbe definire riformista se non quasi restauratrice di un’ipotetica quanto ingenua età dell’oro del genere umano.


A contraddire questo basso profilo c’era però la crescente sovraesposizione del personaggio Laing, sempre pronto a dire la sua sui più svariati argomenti e ad ostentare un’estrema abilità nel ricondurli tutti alla sua originale filosofia. Così, ad esempio, poteva capitargli di giudicare “emotivamente dissociate” le giovani coppie che anteponevano la carriera alla condivisione dei loro sentimenti o di impelagarsi in un’ardita disamina del caso Watergate sviscerando il sistema politico americano attraverso il suo collaudato schema relazionale, evidenziando la legge della menzogna che impera nei palazzi del potere e l’implicita collusione dell’opinione pubblica con questo stato di cose, e giungendo alla conclusione che il povero Nixon non era altro che l’ingenua vittima di un sistema fantastico allo stesso modo dei poveri schizofrenici: e chissà se il povero ex Presidente si sentisse rincuorato da questa bizzarra difesa od offeso dall’implicito paragone con gli psicotici.
Tuttavia sarebbe ingiusto sostenere che dietro questo comportamento ci fosse solo la civetteria tipica dell’intellettuale impegnato: Laing sentiva attraverso le sue sensibilissime antenne che il benefico processo di revisione delle pratiche psichiatriche che era riuscito a mettere in moto poteva andare avanti solo se fosse riuscito a trovare una vasta eco presso la pubblica opinione. In effetti, era parso subito chiaro che dagli ambienti specialistici c’era poco o nulla da sperare: una prova di questo stato di cose Laing lo ebbe probabilmente dalle crescenti critiche che subì non il suo lavoro (che del resto ne offriva ampia materia) bensì la sua persona. Una nutrita schiera di suoi colleghi, molti dei quali non avevano mai avuto il dispiacere di conoscerlo di persona, cominciò ad avanzare l’ipotesi che fosse uno schizofrenico, un pericoloso paranoico col segreto intento di trascinare le masse nella sua follia, non rendendosi probabilmente conto che un’accusa di questo genere non inficiava ma rafforzava le imputazioni di cui erano fatti carico dal movimento antipsichiatrico: in fin dei conti non aveva tutti i torti Laing a sostenere che lui, da solo, era riuscito a dimostrare a milioni di persone che “il 90% degli psichiatri ha il cervello pieno di merda”. (...)

Secondo Peter Mezan il motivo per cui Laing metteva a disagio gli altri non dipendeva tanto da ciò che faceva quanto da quello che non faceva: pur essendo sempre correttissimo, aveva la capacità di andare subito al sodo senza dare all’interlocutore nessuno di quegli appigli cui si ricorre di solito per avviare una discussione tra estranei: ogni alone di convenzione era destinato a scomparire quando si aveva a che fare con lui. Ma ciò che doveva impressionare non erano tanto i modi bruschi di Laing quanto la sua coerente imprevedibilità: questo uomo di carattere aveva la capacità di “passare tutta la gamma delle emozioni umane, entrando in una personalità dopo l’altra, cambiando perfino sesso, ed apparendo in ciascuna integralmente se stesso”. Questa sconvolgente deformazione professionale era solo in apparente contrasto con l’opinione di Laing sull’empatia, che egli ritenne sempre un concetto poco meno che truffaldino essendo uno strenuo sostenitore dell’impossibilità per chiunque di “mettersi nei panni dell’altro”: in realtà, il contratto che aveva stipulato con la sua mente di poter spaziare in lungo e largo era figlio della sua radicata convinzione che il dovere di uno psichiatra fosse quello di essere una cassa di risonanza dei fermenti del paziente: tra il serio e il faceto, una volta disse di essere d’accordo nell’equiparare il ruolo dello psichiatra a quello della prostituta, nel senso etimologico di prendere il posto di qualcuno o di qualcosa. (...)
Bisogna, inoltre, dire che Laing si preoccupò ben poco di non venire frainteso. L’errore grave fu quello di battezzare il processo metanoia, un termine che letteralmente significa “mutamento della mente” ma che ha alle spalle una storia plurimillenaria che affonda le sue radici addirittura nel Nuovo Testamento. Per i primi cristiani la metanoia era la conversione, il conformare le proprie vite al Verbo di Cristo, il che implicava indubbiamente una morte e una rinascita, ma da intendersi esclusivamente come un radicale passaggio da una dimensione regolata da valori terreni ad una ispirata da istanze spirituali; più laicamente, per Laing la metanoia è un esperienza che, pur essendo probabilmente il fondamento del sentimento del trascendente, risponde magnificamente all’esortazione paganeggiante di Nietzsche “diventa te stesso”. Ma l’equivoco era nella natura delle cose, e Laing aggiunse alla sua già controversa fama il titolo di stregone (...). Il merito della metanoia fu quello di rovesciare questo stato di cose donando per la prima volta alla follia una dimensione propositiva, e non deve affatto ingannare l’oscillazione del processo metanoico tra la liberazione e l’alienazione definitiva. La patologia psichica come regressione è sempre stato un concetto cardine della psichiatria per il semplice motivo che le permetteva di donare alla malattia mentale il sostrato positivistico della teoria dell’evoluzione: secondo questa concezione, la follia sarebbe una malattia della mente nella misura in cui si muoverebbe  in direzione ostinata e contraria  al normale fluire dell’evoluzione psichica: sarebbe come dire in campo biologico che l’uomo a un certo punto della sua storia tornasse ad essere una scimmia.
 Il nodo centrale della questione risiede dunque nel fatto che la metanoia disintegra qualsiasi possibilità di approdare ad una teoria della follia: la stessa psicologia è destinata a risolversi in una psicografia incapace di stabilire paradigmi epistemologici univoci, eziopatogenesi o ricette terapeutiche. Potrebbe sembrare che nell’assumere questa posizione Laing si condanni da solo al fallimento: in realtà si tratta dell’unica conclusione cui poteva giungere a partire dalle premesse da cui era partito: il rifiuto dell’assioma di una follia assimilabile al concetto positivistico di malattia mentale rende velleitaria qualsiasi fissazione di determinazioni universali o causali, siano esse di natura biologica o – si badi bene – di natura sociale. (...)
Fu così che l’arrabbiato rivoluzionario si appassionò della meditazione buddista Theravada ottenendo risultati migliori di molti santoni orientali, si dedicò agli studi sull’uso terapeutico dell’Lsd trovandovi la conferma delle sue idee sull’estensione temporale della mente umana, ma soprattutto si abbandonò al suo antico amore per l’embriologia tornando ripetutamente e quasi ossessivamente sull’incredibile trauma della nascita, al confronto del quale persino il ricordo delle precedenti incarnazioni o delle esperienze come vegetali, minerali o pura energia impallidiscono.Ma se il disimpegno gli alienò le simpatie dei sovversivi, in compenso la svolta psichedelica guadagnò a Laing le simpatie dei giovani mistici che in quel periodo sciamavano soprattutto nel movimento underground londinese. La realtà era la solita: si trattava dell’ennesima, esiziale trasfigurazione del suo lavoro e soprattutto della sua figura: il problema è che si trattava di quella definitiva. Del resto, se l’antipsichiatria non è andata oltre la benefica chiusura delle strutture manicomiali è dovuto al procurato aborto che i fumi delle ideologie e delle mode hanno perpetrato nei suoi confronti. Purtroppo, nulla rimane di vivo e operante dell’impresa teorica di Laing nell’epistemologia psichiatrica, nemmeno lo spirito di conciliare la ricerca della verità con l’afflato etico: se ve ne fosse traccia, sarebbe infinitamente migliore di quella che è.            

Sauro Frangiflutti


Mi dicono che:
Tutto in tutti
Ciascun uomo in tutti gli uomini
tutti gli uomini in ciascun uomo
Tutto l’essere in ciascun essere
Ciascun essere in tutto l’essere
Tutte le cose in ciascuna cosa
Ciascuna cosa in tutte le cose
Tutte le distinzioni sono mente, con la mente, nella mente, della mente
Niente distinzioni niente mente per distinguere.
(Ronald D. Laing)

L'arrivo alla "normalità e follia nella famiglia"

A prima vista, L’io diviso non è un’analisi esistenziale molto diversa da quelle che l’hanno preceduta, sia per le virtù che per gli evidenti limiti di interpretazione dei casi critici. In realtà, ciò che rende questo lavoro una pietra miliare del filone è l’esplicitazione di un presupposto che fino allora era stato sottaciuto, ovvero l’intrinseca incompatibilità di un metodo che si propone di “interpretare una situazione umana in termini umani” con una scienza che non potrebbe mai accettarne l’impianto senza rinnegare sé stessa. Chiunque segua l’affascinante resoconto di Laing può leggere in filigrana il bagaglio umano dell’autore, l’acume sorretto dall’esperienza di chi ha passato anni ad ascoltare parole sospese nel vuoto e a fissare sguardi smarriti e disperati: tutto ciò spinge inevitabilmente il lettore  a maturare la convinzione che  lo psichiatra, quando inizia a fare il filosofo, cessa di essere l’uno e l’altro per ritornare ad essere un uomo. E un uomo, quando cerca di comprendere il prossimo si spoglia inevitabilmente di tutte le stimmate di autorità, rinuncia a tutte le categorie e pregiudizi, si offre nella sua nudità all’anima sofferente per tenderle una mano, per condividerne la sofferenza, per essere di conforto. E tutto questo Laing non solo lo dice ma lo argomenta polemicamente, come è nel suo stile.
Mai nessuno, nemmeno Jaspers, Binswanger o Minkowski erano giunti a tanto: semplicemente per aver detto ad alta voce ciò che i suoi illustri predecessori sussurravano, Laing può essere considerato l’erede di questa nobile tradizione  ma anche, anzi proprio per questo, il parricida. Difatti si era spinto un po’ troppo in là: se la psichiatria esistenziale cessa di essere l’ancella della psichiatria ufficiale lo fa solo per prenderne il posto, con la conseguenza che alla comprensione bisogna affiancare un nuovo metodo, escogitare nuovi strumenti, porsi seriamente il problema di una terapia efficace: insomma si impone l’esigenza di trasformarsi in qualcos’altro senza correre il rischio di tradirsi.
Ancora una volta lo spunto venne da Sartre: la critica che questi formulò nei confronti della filosofia occidentale come di un pensiero sostanzialmente centrato sull’Io fu rivolta mutatis mutandis al campo d’indagine della psicologia. “E’ strano – affermerà Laing – come noi continuiamo a formulare delle teorie da un punto di vista ‘ego’- istico. Nella teoria di Freud, ad esempio, c’è l’io (ego), il super-io (super-ego) e l’es (id) ma non c’è il tu”. In realtà, l’esperienza sul campo gli aveva rivelato  come l’interazione  non fosse solo un imprescindibile processo di valorizzazione del lato umano del folle ma anche un catalizzatore del declino mentale dello schizofrenico: non era stato forse il ritorno nel difficile ambiente d’origine a causare la ricaduta di quelle dodici poverette di cui si era occupato all’inizio della sua carriera?
Questa presa di posizione trovò un insperato supporto nelle teorie formulate nello stesso periodo da un eccentrico antropologo inglese con la passione per la psichiatria, Gregory Bateson, secondo il quale le cause della schizofrenia vanno ricercate nel contesto comunicativo che contraddistingue l’ambiente familiare dello schizofrenico. Tutti i casi presi in considerazione dal suo gruppo di ricerca avevano dimostrato come il folle fosse ripetutamente preso di mira da messaggi contraddittori che ne avevano inficiato le capacità di comprensione e di  ragionamento logico: in barba ad Aristotele, da questi studi emerse in maniera incontrovertibile che l’uomo sarebbe un animale razionale più per formazione che per virtù di razza.
Laing ebbe il merito di cogliere fin da subito tutte le sfumature di questa ipotesi ritenendola una teoria che schiudeva enormi possibilità alla comprensione della follia. Tuttavia, intuì subito che essa non poteva pretendere di presentarsi come un’eziologia della malattia mentale così come la intesero i suoi ideatori: del resto, se così fosse non sarebbe possibile accettare neanche in via assurda la possibilità che esista un solo uomo sano di mente sulla faccia della terra. Inoltre, non era condivisibile l’idea che la deriva patologica fosse solo un problema di quantità di paradossi che la vittima si vede piovere sul capo (è il caso di dirlo): ne conseguirebbe che tutti dovremmo perdere il lume della ragione – poniamo per ipotesi – in occasione di ogni campagna elettorale.
L’unico nesso possibile che legava la contraddizione logica del contesto alla schizofrenia degli individui era l’emotività di cui era imbevuta la relazione tra i protagonisti dell’interazione: i gruppi presi in considerazione dal team di Bateson erano quasi sempre delle famiglie apparentemente normali che gravitavano intorno a madri sentimentalmente ambigue e figli radicalmente insicuri. La lacuna della teoria era alla resa dei conti riconducibile a due tipologie di criticità: la prima era quella di non aver definito la natura di questo legame emotivo; la seconda consisteva nel non aver sufficientemente connotato la personalità dei protagonisti. Ora, per Laing era assolutamente chiaro che questi due punti erano gli aspetti di un unico problema, così come era lapalissiano che per risolverli non si poteva non ricorrere all’antropologia di Sartre, l’unica che avesse insistito sufficientemente sul carattere conflittuale delle relazioni umane.
Il connubio tra la teoria del doppio vincolo  e la psichiatria esistenziale è il tema sviluppato da Laing nella sua seconda fatica, battezzata significativamente con il titolo L’io e gli altri e recante un sottotitolo altrettanto eloquente: Psicopatologia dei processi interattivi. Il primo passo obbligato, ovvero la riformulazione delle categorie fenomenologiche dell’Io diviso, passa attraverso la cruna dell’ago di una definizione del concetto di fantasia come di un’esperienza che si distingue per l’impossibilità per colui che vi è immerso di distinguerla dalla realtà. Non contento del paradosso che fa praticamente dell’esperienza della realtà e della fantasia la stessa cosa, Laing ci tiene a specificare come la fantasia non sia una modalità inconscia né possieda una dimensione intrapsichica: “la fantasia … è sempre valida come esperienza e come significato, e se la persona non è dissociata da essa, anche come rapporto umano”.  
Ancora, se Freud aveva individuato nella fantasia il primo stadio attraverso il quale il bambino comincia a strutturare la propria personalità, Laing la ritiene addirittura la modalità principale attraverso la quale l’individuo prende forma relazionandosi con gli altri. Secondo questa prospettiva, la “promessa di uomini” che siamo stati tutti si realizzerebbe grazie alla magnifica illusione che la nostra famiglia, la nostra società, le nostre frequentazioni hanno costruito insieme a noi. C’è un’unica condizione affinché questo processo abbia un esito felice: quella che si basi sull’armonia delle vedute, che si sviluppi quindi nell’ambito di un rapporto complementare. Nel caso non ci fossero queste condizioni, nulla osta ai membri del gruppo di abbandonare la comitiva e andarsi a realizzare da un’altra parte.
Il problema sorge quando il gruppo in liquidazione è una famiglia dove il membro più debole (generalmente il figlio) non può liberarsi facilmente dai suoi vincoli, un po’ perché è in formazione, ma soprattutto perché soffre di quella insicurezza ontologica che abbiamo già incontrato: in questi casi il rapporto da complementare diventa collusivo, in quanto il bambino insicuro di sé è costretto inevitabilmente a fare sua la visione del mondo che il gruppo di appartenenza gli propina: per lui il gregarismo più che un’inclinazione è l’unico modo di vivere possibile.
Per quanto possa sembrare paradossale siamo arrivati ad un punto che sembrerebbe minare alla radice tutto l’impianto esistenzialista di Sartre: l’elusività tipica della coscienza viene soppiantata da un’irresistibile predisposizione a cercare il consenso dell’altro, a diventare una cosa del mondo; a rincarare la dose, Laing sottolinea a più riprese come la malleabilità dell’io insicuro nell’adattarsi al proprio ambiente non sia affatto una predisposizione patologica bensì un deterrente al sopraggiungere della crisi psicotica.
In realtà le cose sono più intricate di come appaiono: la verità dei gruppi è che sono dei cori composti da cantanti smaniosi di cavatine e accomunati soltanto dalla paura che qualcuno incorra in qualche stecca. Per ovviare a tali inconvenienti è necessario che il direttore d’orchestra – la fantasia – diriga con polso fermo e senza favoritismi di sorta la compagnia invitando tutti ad attenersi scrupolosamente alla partitura. Bisogna aggiungere poi che in particolari tipi di gruppo come le famiglie (ma anche come le chiese e i partiti) la secessione da parte di uno dei suoi membri è vissuta quasi sempre come una catastrofe, o quantomeno come una seria minaccia per la propria esistenza: come in tutte le sette, anche in questi casi subentrano dei meccanismi di difesa volti a riportare nei ranghi i ribelli o a screditare i potenziali eretici.
Il ricorso alla comunicazione contraddittoria è l’espediente ideale per raggiungere questi scopi: difatti la sua ambiguità la rende un efficace mezzo di confusione capace di minare le certezze di una coscienza troppo libera agganciandola al carro della fantasia vigente nel gruppo. Laing definisce questo meccanismo un vero e proprio atto di violenza che alcuni individui perpetrano nei confronti degli altri, sia pure in maniera inconsapevole. Ma oltre a chiarirne l’intenzionalità, la scoperta della funzione esistenziale di questi messaggi paradossali si rivelano fondamentali per ricostruire la patogenesi dello schizofrenico, sostituendosi a tal fine allo sterile gioco negativo che l’Altro conduceva nella filosofia di Sartre: lo studio della comunicazione permette allo psichiatra di rendersi conto della patologia del gruppo cristallizzatasi nel ruolo ricoperto dal malato.
 Tirando le fila del discorso, la prospettiva ambientale di Laing non trascura affatto il vissuto dell’individuo ma lo esalta, senza per questo avere la pretesa di coglierne l’intima verità. Se il comportamento incoerente è l’espressione di un’esperienza violata, e se l’esperienza è “sempre in relazione a qualcuno o a qualcosa d’altro da sé”, la logica conclusione sarà che quest’esistenza è stata confusa, repressa, privata dei suoi valori, impossibilitata ad essere libera. Questo sillogismo può essere considerato l’assunto fondamentale dell’antipsichiatria, l’artefice della sua fortuna e la causa della sua catastrofe.
Il risvolto pratico di questa concezione è testimoniato dalle storie di undici donne raccolte da Laing e Esterson nel libro Normalità e follia nella famiglia. Questo lavoro non è altro che una ricostruzione certosina di mosaici familiari di una banalità quasi mortale avente lo scopo di inquadrare la sintomatologia schizofrenica delle giovani pazienti nelle dinamiche familiari. Il risultato fu conforme alle aspettative dei suoi autori: le voci di dentro delle degenti si rivelavano immancabilmente come il riverbero di quelle di fuori accompagnate da una serie di ammiccamenti, insinuazioni e contraddizioni degne del miglior teatro dell’assurdo: se fossero frutto dell’inventiva di un drammaturgo, Beckett si rivelerebbe quasi un dilettante sopravvalutato.
Normalità e follia nella famiglia fu un libro che ebbe uno strano destino. Nato come un tentativo non troppo convinto di applicazione delle teorie di Laing, esso ebbe un tale successo da rendere il suo autore “più famoso di Freud e Jung”. Da un punto di vista strettamente scientifico non c’era e non c’è alcun’apparente motivo che giustificasse il clamore che provocò al tempo della sua uscita: non vi è tratteggiata nessuna teoria psicologica, non viene adottato nessun criterio scientifico per la misurazione dei dati, lo stesso campione scelto per l’analisi è frutto più di un caso che di una scelta ponderata. Probabilmente, ciò che fece discutere e insorgere gli ambienti accademici ( e non solo quelli medici) era la pretesa degli autori di impartire una piccola lezioncina su dove si dovessero volgere i sapienti sguardi: “Gli psichiatri che non sono disposti a conoscere personalmente ciò che accade al di fuori dei loro ambulatori, sono soltanto ignari della realtà; i sociologi che pensano di scoprirla studiando le cartelle mediche stanno soltanto cercando di trasformare il vile stagno della clinica nell’oro fino della statistica”.
Ma in realtà questo lavoro ha un vero, grande ed incontestabile merito, l’efficacia dell’esposizione: la maestria con cui vengono tratteggiati i ritratti delle famiglie protagoniste e i ruoli dei suoi componenti, la semplicità attraverso la quale sono rivelati i meccanismi relazionali tramite i dialoghi, l’abilità nel mostrare il gioco degli ammiccamenti e l’intrecciarsi delle reciproche aspettative sono tutti ingredienti che riescono a catturare l’attenzione del lettore più sprovveduto spingendolo alla riflessione critica di tematiche che fino a quel momento erano state appannaggio di pochi specialisti. Ed è possibile che sia stato soprattutto questo ad infastidire i soloni scettici della psichiatria.
Ma il consenso riscosso presso il grande pubblico da questo libro non dipese tanto da ciò che vi è detto quanto da quello che vi è solo suggerito e che intercettava magnificamente le istanze contestatarie che scuotevano la società inglese degli anni sessanta, animata da giovani ansiosi di spazzare via i rimasugli dell’epoca vittoriana con tutte le sue ipocrisie e di liberarsi delle inutili prediche dei padri con tutto il loro retaggio di valori obsoleti. Nacque in questo periodo lo strano fenomeno di trovare nel “Laing – pensiero” le risposte alle numerose domande che assillavano i profeti progressivi: il libertario vi scorgeva la dimostrazione che la famiglia fosse un’istituzione repressiva, il rivoluzionario vi trovava la rivelazione che la malattia mentale fosse una truffa per controllare individui scomodi per la società, persino la nipote della suffragetta vi vedeva la conferma che le donne erano le vittime della società fallocratica. Restia ad aggiungersi allo sport ermeneutico ma comunque conquistata dal potenziale rivoluzionario delle ricerche, l’ intellighenzia scorgeva nella riluttanza degli autori a studiare la società e le sue magagne un vulnus epistemologico grave ma superabile: “(…)perché il lavoro di Laing ed Esterson possegga ‘un significato storico’… occorre che con esso si riesca a vincere la prassi borghese, e che le sue splendide articolazioni siano riempite da concreti, unilaterali, contenuti di lotta”.
La verità è che Laing - per quanto simpatizzasse coi moventi ideologici che gli erano attribuiti - era restio a collocare il proprio lavoro in una dimensione politica, ritenendolo modestamente un sasso gettato per smuovere le acque stagnanti dell’euristica psichiatrica: come disse a Letizia Jervis Comba, pur considerando il concetto di “malattia mentale” un giudizio di valore più che un fatto scientifico, lo riteneva alla resa dei conti “una ipotesi legittima”, restando intesi però che questa ipotesi bisognava dimostrarla e non continuare ad  agire  etsi insania daretur come si era sempre fatto fino ad allora. Un’altra cosa però bisogna specificarla: Laing ribadì più volte di non aver  mai voluto criticare l’istituzione familiare in quanto tale, ritenendola anzi il pilastro della società allo stesso modo dei reazionari più incalliti: del resto, da un uomo che si sposò due volte e che ebbe una nutrita figliolanza non si poteva pretendere che la pensasse in maniera diversa.

Sauro Frangiflutti
-To be continued-
Mi dicono che:
"Il bello e il brutto, il letterale e il metaforico, il sano e il folle, il comico e il serio (...)perfino l'amore e l'odio, sono tutti temi che oggi la scienza evita. Ma tra pochi anni, quando la spaccatura fra i problemi della mente e i problemi della natura cesserà di essere un fattore determinante di ciò su cui è impossibile riflettere, essi diventeranno accessibili al pensiero formale." 
Gregory Bateson in Dove gli angeli esitano

giovedì 6 febbraio 2014

Laing e la sua fonte

Sartre cominciò a lavorare alla stesura della sua opera principale, L’ Essere e il Nulla, negli anni più tribolati della sua vita e del secolo appena trascorso: come riuscì a completarlo negli intervalli tra una guerra combattuta e persa, un arresto da parte dei nazisti, un intenso impegno nella lotta partigiana, e addirittura a farlo pubblicare nel 1943, lo si può spiegare solo nel riconoscere alla coscienza tutti i super poteri che il filosofo le attribuisce. Ciò che costituisce il fascino senza tempo di quest’opera non è dovuto tanto al discutibile impianto metafisico che propone quanto alla meticolosa osservazione dell’esperienza umana nei modi in cui agisce e patisce, al fermo intuito che ne svela le motivazioni più recondite, ma soprattutto alla finezza dell’argomentazione.

Come è noto, l’ontologia del filosofo francese si sviluppa tra i due poli antitetici dell’in-sé, o  essere del fenomeno, e del per-sé, ovvero essere della coscienza: il primo è statico, inerte, increato, ed è la fonte di ogni determinazione possibile;  il secondo è dinamico, indeterminato, ed ha la funzione di smembrare la massa monolitica dell’in-sé donandole dei confini, un orizzonte, un senso. Il primo è l’essere propriamente detto, il secondo è la fonte del Nulla, il non-essere radicale. La scomodità di questa funzione della coscienza consiste nel fatto che il per-sé trascina la sua funzione ontologica all’interno della propria esistenza: il paradosso dell’uomo è quello di essere costretto ad essere libero, a sfuggire ogni appagante determinazione. Da questa attitudine scaturisce anche quella che Sartre definisce malafede, termine da intendersi più come un dato di fatto che come un giudizio moralistico, che consiste nell’inganno fondamentale che la coscienza gioca a sé stessa.

Tra i mille esempi di malafede che il genere umano fornisce a piene mani, dal politico al filosofo, Sartre ci offre il ritratto di un cameriere (forse perché si trattava della tipologia umana di cui si intendeva meglio essendo un cliente fisso dei bistrots parigini): guardandolo in azione, si accorge che questo ragazzo che gli serve il caffè mostra una particolare cura per il suo ruolo, si adopera nel muoversi con celerità e destrezza, cerca di mostrarsi efficiente e preciso, ma per quanto cerchi di entrare nella parte non riesce ad eliminare il gioco che si cela dietro i suoi atti:  questo perché la sua malafede consiste nel convincersi di essere ciò che non è in tutto e per tutto, ovvero semplicemente un cameriere. Specularmente, un omosessuale che non riesce ad accettare la propria inclinazione rifiuta con tutto sé stesso di essere schiacciato dall’evidenza delle sue sensazioni, ammette una per una ogni singola colpa senza giungere alla conclusione di essere un pederasta: la sua malafede è fondata sulla convinzione che i suoi “errori” non costituiscano per lui un destino. Detto in termini pedestri, il teatro dell’umanità secondo Sartre è una miscela di commedia dell’arte e di Pirandello, tutto improvvisazione, sforzo di immedesimazione e maschere: si vive all’insegna del “così è, se mi pare”.
Come se ciò non bastasse, ad aggravare la difficile situazione dell’uomo contribuisce l’inquietante incombenza dello spettro dell’Altro. La sensazione di non essere mai veramente soli è talmente comune che non ha bisogno di essere dimostrata: il sentimento di vergogna sarebbe impossibile per un Io che non avverta la presenza dell’Altro, sia esso una persona fisica o Dio. Ma ciò che più inquieta del prossimo non è tanto la sua “presenza” quanto il suo “sguardo”: infatti, quando la coscienza viene guardata da un altro soggetto subisce una trasformazione del suo stato ontologico, da entità libera ed evanescente si tramuta in un oggetto inchiodato ad una realtà che non ha scelto: così si spiega, ad esempio, l’imbarazzo del bimbo che viene colto con le mani nella marmellata: nell’impossibilità di poter abbozzare una qualsiasi difesa, nell’incapacità di non essere ciò che è in quel momento: un malandrino.

Date queste premesse, la metafora usata da Laing nel definire L’essere e il Nulla come un guanto su misura per afferrare l’esistenza del folle appare formalmente esatta ma sostanzialmente infelice nella scelta dell’accessorio: sarebbe più esatto dire che si tratta di un elegante abito con la gobba fatto su misura per un’anima deformata. L’ascendente di Sartre su Laing si palesa subito nell’idea di come ogni uomo senta il bisogno fin dai primi anni di vita di possedere un saldo senso della propria identità a partire dal quale intessere la tela dell’esistenza: tale esigenza, definita ridondantemente come un bisogno ontologico primario, non dispone purtroppo di una consapevolezza necessaria: la conquista della propria personalità è sempre precaria, e non è affatto raro avvertire nello scontro con le avversità della vita il venir meno delle proprie certezze, il montare di quella paura radicale che assale un po’ tutti quando ci rendiamo conto di non essere più i nocchieri della nave sulla giusta rotta ma solamente i mozzi di una barchetta in balia delle onde.

Ora, è proprio questa insicurezza ontologica a determinare la struttura del peculiare vissuto dell’individuo schizoide: ossessionato dal timore di consegnarsi nella propria nudità allo sguardo minaccioso degli altri, egli inizia a mettere in campo la paradossale strategia di inventarsi una personalità falsa da gettare in pasto ad un mondo da tenere a debita distanza, servendosi di questo falso io come di uno scudo dietro il quale soddisfare la propria inesauribile sete di libertà. L’elusività tipica degli psicotici trova quindi la sua ragion d’essere nella partizione dell’ identità e nella molteplicità dei registri cui attenersi, con tutta la fatica e i rischi di confusione che ne derivano: la maggior parte delle volte il crollo di quella che potremmo definire la malafede dello schizofrenico coincide con l’avvento della psicosi vera e propria. Alla resa dei conti, le condizioni della follia sono create dallo stesso folle: come afferma Sartre, “la malattia mentale è la via d’uscita che l’organismo libero, nella sua unità totale, si inventa per poter vivere una situazione invivibile”. Qualora ciò avvenisse, qualsiasi possibilità per il terapeuta di comprendere chi parla tra l’io vero e quello falso è irrimediabilmente compromessa: il marasma che contraddistingue i discorsi dello schizofrenico, con i suoi lampi di logica in un delirante cielo tenebroso, è fatto solo dai cocci di un progetto che si è portato nella tomba. 
Sauro Frangiflutti
-To be continued-

Mi dicono che:
"L'uomo è in primo luogo ciò che si slancia verso un avvenire e ciò che ha coscienza di progettarsi verso l'avvenire"
Jean-Paul Sartre 

domenica 2 febbraio 2014

Il primo giorno di Cura: Laing e l'antipsichiatria

Il primo giorno di “cura” ci volle un esercito di infermieri per trascinare quelle donne abuliche nella stanza preposta allo scopo; il giorno dopo il dottor Laing riuscì a fatica ad inserire la chiave nella toppa per la ressa che si era creata davanti la porta.  Dopo 18 mesi di incredibili progressi tutte le pazienti furono dimesse dall’ospedale, ma nel giro di un anno tutte vi fecero ritorno. L’infelice esito fu per Laing la scoperta di un’amara realtà: “compresi allora che queste donne, uscendo dall’ospedale, avevano ritrovato quelle stesse condizioni di partenza che ve le avevano condotte la prima volta. Osservare gli ammalati all’interno del reparto mi apparve in quel momento assolutamente inutile”.




 Nonostante la delusione Laing non demorse dal lavoro clinico né tantomeno dalle sue convinzioni, anzi fu proprio in questo periodo che le affinò facendo  due incontri decisivi per la sua formazione intellettuale, quelli con la fenomenologia e con l’esistenzialismo: la prima gli confermò l’idea che andava maturando della psicologia come di una scienza che necessita di uno sguardo critico e purificato, mentre il secondo gli dischiuse una visione metafisicamente agghiacciante dell’uomo e del suo destino che la sua tormentata esperienza gli aveva fatto balenare prima ancora dell’esperienza professionale. Il risultato di questa febbrile attività fu la pubblicazione nel 1959 della sua prima opera, forse la più importante, sicuramente la più discussa: L’io diviso. Il progetto che l’aveva ispirata non era in sé originale, anzi si inseriva a pieno titolo nel filone della psichiatria esistenziale: si trattava di formulare delle categorie filosofiche atte a donare senso all’enigmatico vissuto dello schizofrenico. Per fare questo Laing attinse a piene mani alle riflessioni del celebre filosofo esistenzialista Sartre, avendone  ricavato fin da subito  l’impressione di indossare un guanto fatto su misura. 

Sauro Frangiflutti
- To be Continued -

Nel giardino di Psiche, / in sembianze di Dio/ mi parlava l'inconscio/ ma tanto, a rispondere non ero mai io"
Daniele Silvestri, Tutta colpa di Freud